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Televisione pubblica: Germania e Italia a confronto

La televisione pubblica rimane uno dei pilastri dell’informazione democratica in Europa, ma i modelli con cui viene gestita, finanziata e protetta dall’influenza politica variano notevolmente da paese a paese. Il confronto tra il sistema tedesco e quello italiano è particolarmente istruttivo, perché rivela due filosofie profondamente diverse su cosa debba essere il servizio pubblico radiotelevisivo — e su chi, in ultima istanza, lo debba controllare.

Struttura e organizzazione

Il sistema tedesco poggia su due grandi emittenti: ARD e ZDF. L’ARD, nata nel 1950, è una cooperativa di nove emittenti regionali autonome che insieme producono il canale nazionale Das Erste e un’ampia rete di canali tematici (tra cui Phoenix, KiKA e 3sat). Le emittenti regionali sono la vera spina dorsale del sistema e gestiscono 55 stazioni radiofoniche, 16 orchestre e 8 cori. La ZDF, fondata nel 1963 con sede a Magonza, è invece un canale nazionale unificato, senza affiliate regionali.

Questa struttura decentralizzata è il riflesso diretto dell’organizzazione federale della Germania: ogni Land ha la propria legge sui media, e i 16 Länder governano collettivamente il sistema attraverso accordi interstatali (Staatsverträge).

La RAI presenta un’architettura opposta. Fondata nel 1954 e centralizzata a Roma, gestisce tre canali generalisti (Rai 1, Rai 2, Rai 3) più una serie di canali tematici e la piattaforma RaiPlay. Pur avendo sedi regionali che producono contenuti locali, le decisioni editoriali e strategiche restano concentrate al vertice. La programmazione è prevalentemente nazionale.

Sul fronte radiofonico la RAI dispone di dodici canali — tre generalisti e nove specializzati — oltre a RaiPlay Sound, piattaforma digitale con streaming, podcast e contenuti crossmediali. Sul fronte musicale, dispone invece di una sola orchestra, Un divario che riflette differenze strutturali profonde nella concezione e nel finanziamento del servizio pubblico culturale tra Italia e Germania.

Finanziamento: il nodo irrisolto

È sul fronte del finanziamento che emergono le differenze più significative.

In Germania, il sistema si regge sul Rundfunkbeitrag, il canone radiotelevisivo obbligatorio pagato da ogni nucleo familiare, impresa o organizzazione, indipendentemente dal possesso di un televisore. Si tratta di un contributo sull’abitazione, non sul mezzo di ricezione, il che rende l’evasione quasi impossibile. L’importo attuale è di 18,36 euro al mese (220,32 euro annui), generando complessivamente circa 8,7 miliardi di euro all’anno, con cui vengono finanziati 22 canali televisivi, 67 radiofonici e numerose piattaforme digitali.

Questo sistema, tuttavia, attraversa una fase di forte tensione istituzionale. La commissione indipendente KEF (incaricata di determinare i bisogni finanziari del sistema) aveva raccomandato nel febbraio 2024 un aumento del canone a 18,94 euro mensili a partire dal 2025. I governatori dei Länder, tuttavia, hanno deciso di bloccare l’aumento almeno fino al 2027, chiedendo alle emittenti di tagliare i costi prima di ricevere più risorse. ARD e ZDF hanno risposto con un ricorso al Bundesverfassungsgericht (la Corte costituzionale federale), che ha fissato un’udienza prevista per giugno del 2026. Nel frattempo, la KEF ha rivisto al ribasso le sue stesse stime: nel rapporto di inizio 2026 ha proposto un aumento più contenuto, a 18,64 euro, da applicarsi però solo a partire da gennaio 2027, rendendo di fatto meno urgente la decisione della Corte.

Il dibattito tedesco sul canone non è solo finanziario: tocca questioni di principio sulla libertà dei media. Una sentenza del Bundesverwaltungsgericht di ottobre del 2025 ha aperto uno spiraglio inedito, stabilendo che il canone potrebbe essere incostituzionale se il programma complessivo del servizio pubblico risultasse, nel lungo periodo, non equilibrato — spostando il dibattito dal finanziamento alla qualità editoriale.

In Italia, il quadro è assai più semplice, almeno in termini di importi. Il canone RAI 2026 è fissato a 90 euro annui (invariato rispetto al 2025, dopo la temporanea riduzione a 70 euro nel 2024), addebitato automaticamente nella bolletta dell’energia elettrica in dieci rate mensili da 9 euro. Il meccanismo, introdotto nel 2016 proprio per ridurre l’evasione fiscale, ha funzionato nel suo scopo, ma il livello del canone resta più di due volte inferiore a quello tedesco. La RAI compensa la differenza con una quota significativa di ricavi pubblicitari, che la espone alle logiche del mercato e, indirettamente, alle pressioni degli inserzionisti.

Governance e indipendenza: il nodo politico

La questione dell’indipendenza politica è quella in cui il divario tra i due sistemi appare più netto.

In Germania, le emittenti pubbliche godono di una protezione costituzionale esplicita, fondata sulla Rundfunkfreiheit (libertà radiotelevisiva) garantita dall’articolo 5 della Legge fondamentale. I consigli di vigilanza includono rappresentanti della società civile, delle confessioni religiose, delle associazioni e dei sindacati, con una presenza politica minoritaria. Una riforma approvata nel 2016 — a seguito di una sentenza della Corte costituzionale — ha ulteriormente ridotto i rappresentanti di nomina politica nel consiglio della ZDF da 34 su 77 a 20 su 60, rafforzando la componente civile.

In Italia, la governance della RAI è al centro di un lungo dibattito che nel 2025-2026 ha conosciuto una svolta importante. Il governo ha presentato in Senato, a luglio 2025, un disegno di legge di riforma organica della RAI, spinto dalla necessità di adeguarsi all’European Media Freedom Act (EMFA), il regolamento europeo entrato in vigore nel 2025 che impone standard più stringenti di indipendenza dei media in tutti gli Stati membri, pena l’avvio di procedure d’infrazione.

La proposta di riforma prevede che i sette componenti del CDA siano nominati esclusivamente dal Parlamento (tre dalla Camera, tre dal Senato, uno dai dipendenti), eliminando il ruolo diretto del governo — che attualmente nomina due consiglieri tramite il Ministero dell’Economia. Un cambiamento significativo, ma che ha già sollevato critiche: spostare il controllo dal governo al Parlamento non elimina la logica lottizzatoria, osservano i critici, se le nomine avvengono comunque con logiche di maggioranza politica.

La sfida comune: il digitale

Al di là delle differenze strutturali, Germania e Italia condividono la stessa sfida esistenziale: come mantenere la rilevanza e la sostenibilità finanziaria del servizio pubblico in un ecosistema mediatico dominato da piattaforme globali come Netflix, YouTube e le grandi tech company.

ARD e ZDF hanno investito significativamente nelle piattaforme digitali e negli archivi on-demand, con la riforma del dicembre 2025 che ha previsto la riduzione di canali lineari a favore di un’offerta sempre più digitale. La RAI ha sviluppato RaiPlay, che ha conosciuto una crescita significativa negli ultimi anni, ma la trasformazione digitale procede più lentamente rispetto alle omologhe nordeuropee.

Il punto critico, per entrambe, è che le piattaforme streaming non pagano canoni nazionali ma erodono sistematicamente i ricavi pubblicitari e l’attenzione del pubblico. In questo contesto, il sistema tedesco — con le sue risorse più abbondanti e la sua indipendenza più consolidata — sembra meglio posizionato per reggere l’urto. Quello italiano, più dipendente dalla pubblicità e più esposto alle oscillazioni politiche, affronta la transizione digitale con strumenti più fragili.

Conclusioni

Il confronto tra televisione pubblica tedesca e italiana rivela due visioni diverse del servizio pubblico: la Germania ha costruito nel tempo un sistema robusto, decentrato, con finanziamento stabile e protezioni legali solide, anche se oggi sotto pressione per il blocco dell’aumento del canone; l’Italia ha un sistema più centralizzato, finanziariamente più debole e storicamente più permeabile all’influenza politica, che la spinta europea dell’EMFA sta ora obbligando a riformare.

Cercasi nuovi talenti a Berlino: aperte le selezioni per attori e comparse. Il casting che apre le porte della TV tedesca

Domenica 26 gennaio 2025, dalle 13:00 alle 18:00, l’UFA Base organizzerà un casting presso l’Eastgate-Center a Marzahn-Hellersdorf, Berlino. Questo evento è aperto sia a dilettanti che a professionisti, alla ricerca di nuovi talenti per vari format televisivi tra cui “Gute Zeiten, schlechte Zeiten” e “Ein starkes Team”.

I partecipanti compileranno una scheda dati digitale e riceveranno foto professionali per il loro sedcard e avranno anche l’opportunità di dimostrare il loro talento davanti a una telecamera.

Per coloro che non possono partecipare a questo evento, UFA Base offre anche altre opportunità:

  1. Registrazione online: Gli aspiranti talenti possono creare un sedcard gratuito sul sito web UFA TALENTBASE, accessibile a direttori di casting e produttori di tutte e tre le unità UFA.
  2. Casting futuri: UFA Base conduce un tour di casting dal vivo in tutta la Germania. Il loro prossimo evento a Berlino è programmato per l’8 febbraio 2025, presso il Der Clou dalle 13:00 alle 18:00.
  3. Ruoli specifici: Per coloro interessati a ruoli da comparsa nelle serie UFA, le candidature possono essere inviate direttamente agli uffici UFA SERIAL DRAMA a Colonia.

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La serie “Der Palast” torna con una nuova generazione di talenti

La seconda stagione della serie “Der Palast” di Uli Edel (regista tedesco noto per il suo adattamento cinematografico del libro Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino) è pronta a fare il suo debutto, promettendo di catturare nuovamente l’attenzione del pubblico con una trama avvincente ambientata nella Berlino post-riunificazione.

Dettagli sulla nuova stagione

La seconda stagione di “Der Palast” comprenderà sei episodi, ciascuno della durata di 45 minuti. Gli spettatori potranno godersi la serie in due modi:

Trama e ambientazione

Ambientata nel 1990, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, la nuova stagione segue le vicende di tre giovani talenti della danza: Luise, Lukas e Karla. Questi nuovi personaggi si uniscono all’ensemble del Friedrichstadt-Palast, ignari delle sfide che li attendono, tra cui la minaccia di chiusura del teatro.

Nuovi personaggi e cast

La seconda stagione introduce un cast completamente rinnovato, con:

  • Lary Müller nel ruolo di Luise
  • Lukas Brandl nel ruolo di Lukas
  • Taynara Silva-Wolf nel ruolo di Karla
  • Jeanette Hain nel ruolo di Regina Feldmann, direttrice del balletto

Temi principali

La serie esplorerà diversi temi:

  • la lotta per mantenere vivo il Friedrichstadt-Palast in un’epoca di cambiamenti
  • le sfide personali e professionali dei nuovi membri dell’ensemble
  • il contrasto tra tradizione e innovazione nel mondo dello spettacolo

Produzione e regia

“Der Palast” è una produzione di MOOVIE GmbH e Constantin Film in collaborazione con ZDF e Global Screen. Uli Edel torna alla regia, promettendo un finale di stagione spettacolare con “un’appassionante esibizione sul più grande palcoscenico del mondo”.

La seconda stagione di “Der Palast” si preannuncia come un affascinante viaggio nella Berlino post-riunificazione, mescolando dramma personale e storico sullo sfondo dell’iconico Friedrichstadt-Palast.

L’amore proibito – Vittime queer della dittatura nazista

Da oggi, 16 gennaio, la mediateca della ZDF presenterà un documentario sulla vita della comunità LGBTI durante l’epoca nazionalsocialista. Il documentario si intitola Verbotene Liebe – Queere Opfer der NS-Diktatur (tradotto: L’amore proibito – Vittime queer della dittatura nazista) sarà trasmesso anche su ZDFinfo il 27 gennaio, in occasione della Giornata internazionale della memoria delle vittime dell’Olocausto.

Il documentario di 45 minuti di Sebastian Scherrer mostra come i nazisti inasprirono le pene e terrorizzarono le persone omosessuali. Esso non solo fa luce sui destini dei tre protagonisti queer Elli Smula, Liddy Bacroff e Rudolf Brazda, ma include anche le voci di storici e volti noti.

A proposito degli eventi del documentario, il protagonista del leggendario film Die Mitte der Welt, Jannik Schümann, dice: “Sono tutti destini che devono essere ascoltati”. “Dopo tutto, le storie delle vittime omosessuali della persecuzione non sono ancora state rese pubbliche”.

Jannik Schümann è affiancato dalle attiviste Julia Monro e Kerstin Thost. Tuttavia, non si limitano a commentare gli eventi, ma vanno alla ricerca di indizi negli archivi e parlano con diversi storici.

Il documentario non costringe i protagonisti al ruolo di vittime. Tutti e tre assumono la “paternità” di uno dei protagonisti per far luce sul loro destino. Tra questi Elli Smula, perseguitata in quanto lesbica, Liddy Bacroff, perseguitata dalle autorità in quanto “travestita”, e Rudolf Brazda, imprigionato nel campo di concentramento di Buchenwald a causa della sua omosessualità.

All’epoca, furono oltre 50.000 le persone omosessuali perseguitate, molte delle quali furono soppresse, imprigionate o uccise. Ma per quanto crudele sia stato il periodo nazista per le persone LGBTI, il documentario dimostra che alcuni sono riusciti a vivere la propria identità e ad affermarsi durante l’epoca nazista nonostante le circostanze più avverse.

E sebbene i protagonisti siano stati di fatto “vittime” del regime nazista, il documentario non li presenta nel ruolo di vittima”, ma come persone sicure di sé che hanno rifiutato di essere cambiate dal regime nazista.

Oltre alle vicende di Smula, Bacroff e Brazda, vengono messi in evidenza anche altri destini dell’epoca nazista, come quello del leader delle SA Ernst Röhm. L’ufficiale omosessuale fu assassinato nel 1934 per ordine di Adolf Hitler.

Anche Magnus Hirschfeld, ricercatore sessuale che si batté per la depenalizzazione dell’omosessualità, viene commemorato. Per i suoi sforzi fu punito dal regime nazista, con l’assalto al suo istituto.

Il documentario di ZDFinfo riesce a trovare il giusto equilibrio tra il racconto di storie personali e l’informazione fattuale sull’epoca nazista. Oltre ai protagonisti, vengono mostrati anche documenti storici da cui emergono prove scioccanti.

All’epoca, gli atti sessuali tra uomini erano etichettati come “fornicazione” e l’omosessualità come “epidemia pubblica”. Gli uomini omosessuali nel campo di concentramento erano pubblicamente stigmatizzati dal cosiddetto “triangolo rosa”. L’esperta ceca dell’Olocausto Anna Hájková sintetizza bene questo aspetto: “Le persone omosessuali incarnavano tutto ciò che i nazisti odiavano”.

Infine, si fa riferimento alla situazione delle persone queer di oggi, in quanto l’odio è di nuovo in aumento. Il documentario si conclude quindi con una frase ad effetto: l’amore non deve mai più diventare un crimine.