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Citazione: Stefan Zweig su Berlino

Berlin verwandelte sich in das Babel der Welt. Bars, Rummelplätze und Schnapsbuden schossen auf wie die Pilze. Was wir in Österreich gesehen, erwies sich nur als mildes und schüchternes Vorspiel dieses Hexensabbats, denn die Deutschen brachten ihre ganze Vehemenz und Systematik in die Perversion. Den Kurfürstendamm entlang promenierten geschminkte Jungen mit künstlichen Taillen und nicht nur Professionelle; jeder Gymnasiast wollte sich etwas verdienen, und in den verdunkelten Bars sah man Staatssekretäre und hohe Finanzleute ohne Scham betrunkene Matrosen zärtlich hofieren. Selbst das Rom des Sueton hat keine solche Orgien gekannt wie die Berliner Transvestitenbälle, wo Hunderte von Männern in Frauenkleidern und Frauen in Männerkleidung unter den wohlwollenden Blicken der Polizei tanzten. Eine Art Irrsinn ergriff im Sturz aller Werte gerade die bürgerlichen, in ihrer Ordnung bisher unerschütterlichen Kreise. Die jungen Mädchen rühmten sich stolz, pervers zu sein; mit sechzehn Jahren noch der Jungfräulichkeit verdächtig zu sein, hätte damals in jeder Berliner Schule als Schmach gegolten, jede wollte ihre Abenteuer berichten können und je exotischer, desto besser”.

Stefan Zweig, Die Welt von gestern. Erinnerungen eines Europäers, Fischer, Frankfurt am Main 1970, p. 356.

Intervista a Alessandro Fusacchia, capolista alla Camera per ‘Più Europa con Emma Bonino’ nella circoscrizione Europa

Rivolgiamo 5 brevi domande a Alessandro Fusacchia (+Europa)

Quale motivo ti spinge a candidarti?
Negli ultimi 10 anni dentro diverse istituzioni, nazionali ed europee, ho visto da vicino cosa può essere la politica e cosa non deve mai essere. Per questo ho deciso di impegnarmi in prima persona. Perché è troppo facile chiedere sempre a qualcun altro di cambiare le cose che non ci piacciono. Ho il mio lavoro, la mia passione per i romanzi, una figlia di 14 mesi, ma allo stesso tempo vedo intorno a me crescere le disuguaglianze e tornare la povertà e la mancanza per tanti giovani e meno giovani di trovare una strada. Vedo le nostre periferie diventare luoghi di solitudine, conflitto e marginalizzazione. Ho conosciuto da vicino più Paesi europei, e migliaia di italiani capaci e motivati, in tante città italiane e in giro per l’Europa. Ho deciso di candidarmi perché la testimonianza di molti può generare un impatto vero. Sono ancora profondamente convinto che la politica possa avere un potere di indirizzo e di trasformazione reale per correggere le storture sociali ed economiche quotidiane, a condizione di restare autentici, mantenere uno sguardo lungo, smettere di pensare in piccolo.

Qual è la tua idea di Unione Europea?
Quella di un’Europa amica, aperta, che ascolti e recepisca i bisogni dei cittadini europei. Che riesca a decidere sulle grandi questioni divisive del nostro tempo. Ho in testa un’Europa capace di promuovere innovazione vera e di rispondere alle nuove sfide del mercato del lavoro, della tecnologia, dell’immigrazione. Ma per fare questo c’è bisogno di ricreare un clima di fiducia collettiva nel futuro così come di sviluppare programmi di ricerca lungimiranti. Serve quindi una classe politica e dirigente che invece di lamentarsi di cosa l’Europa non fa per noi, o di qualche altro Paese, sappia come costruire opportunità per l’Italia e allo stesso tempo lavorare per una integrazione anche sociale e politica del continente. La situazione di stallo non piace a nessuno, ma guai a pensare che l’Italia sarà capace di affrontare il mondo da sola. Solo uno spazio organizzato di mezzo miliardo di persone può pensare di continuare negli anni a influenzare il proprio destino.

Per cosa ti batterai una volta eletto in Parlamento?
Qualche giorno fa ero a Londra a parlare a 250 studenti dell’Imperial College. Ho detto loro di viversi certamente come italiani londinesi, ma anzitutto come italiani che con ogni probabilità non passeranno tutta la loro vita a Londra, e quindi di ragionare e viversi come italiani in Europa o italiani tout court. Abbiamo bisogno che maturino questa consapevolezza per assicurarci che continuino ad interessarsi al loro Paese e che votino +Europa perché riconoscono in noi un progetto per l’Italia, e per una nuova Italia possibile in questa Europa necessaria, invece che inseguire l’ultima micro-promessa localistica che tutti gli altri stanno facendo. Un esempio: è chiaro che dobbiamo semplificare i servizi consolari e in generale il loro rapporto a distanza con lo Stato e la burocrazia italiana. Ma non esistono scorciatoie: questo passa da una digitalizzazione complessiva della nostra Pubblica Amministrazione che ragiona ancora per processi e procedure e non per “servizio fornito” al cittadino. Non per colpa dei funzionari pubblici, ma per la miopia e il disinteresse della classe politica avuta finora. Mi candido per fare in modo di connettere gli italiani, giovani e meno giovani, sparsi in Europa con il resto dell’Italia, e per non farlo solo in campagna elettorale.

Cosa andrebbe cambiato nelle istituzioni europee?
Abbiamo costruito un sistema di governance europeo dove spadroneggiano i governi nazionali, a vari livelli. Ci servirebbe ritrovare la libertà d’azione e capacità di influenza che avevamo quando non solo la Commissione europea ma anche il Parlamento europeo erano molto più indipendenti nel decidere la propria linea e provare a convincere tutti della bontà delle loro idee. Qui invece siamo arrivati a Spinelli che si rivolta nella tomba, col Parlamento europeo che boccia le liste transnazionali. Serve meno politica nazionale nelle istituzioni europee, e più politica transnazionale fuori dalle istituzioni.

Perché un italiano all’estero dovrebbe votarti?
In queste tre settimane ho visto tantissime città, da Madrid a Marsiglia a Budapest, da Zurigo a Londra a Düsseldorf. In tutte queste città ho incontrato centinaia di italiani. La storia di ognuno di loro è a sé e merita rispetto: per questo non esiste una sola battaglia da fare per gli italiani all’estero ma ne esistono più di una. Abbiamo riempito di retorica la riflessione sugli italiani che emigrano temporaneamente o stabilmente. Ma dobbiamo accettare che non c’è una cosa sola che serva ai giovani e ai meno giovani che oggi partono in Europa, o si spostano all’interno dell’Europa da un Paese all’altro. Non ho mai amato particolarmente le risposte-contentino: preconfezionate e buone per ogni stagione, e per ogni interlocutore; né ho intenzione di cambiare metodo, adesso che sono candidato. Sono profondamente convinto che l’esodo di una generazione non si combatta con rimpatri forzati o piccole misure ad hoc, ma con la costruzione delle condizioni perché che i “cervelli” così come i lavoratori meno qualificati possano circolare e seguire la propria strada. Dobbiamo creare spazi di opportunità allargata e favorire attrazione di stranieri da altri Paesi verso l’Italia. Perché nel mondo di oggi sono la diversità e la contaminazione le principali fonte di produzione di nuova ricchezza. Dobbiamo investire quindi sulla mobilità, sulla formazione e sull’avvio di progetti imprenditoriali. Lontano però da logiche e dinamiche di micro-assistenzialismo diffuso con piccoli finanziamenti a pioggia. E poi, nessuno scappa dalla famiglia, mentre quasi tutti scappano dal familismo. I nostri giovani chiedono ambienti diversi dove crescere, come persone ancora prima che come lavoratori.

Intervista realizzata da Davide Miraglia il 19 febbraio 2018

 

Intervista a Alberto Alemanno, capolista al Senato per ‘Più Europa con Emma Bonino’ nella circoscrizione Europa

Professore universitario a Parigi e presso la New York University, Alberto Alemanno studia, divulga, vive e pratica l’Europa da sempre. È un accademico e giurista dedito a dare voce a chi non ce l’ha. Ha insegnato a centinaia di migliaia di cittadini i loro diritti e si impegna con passione per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di impadronirsi di strumenti concreti di cambiamento sociale e democratico. Attivista, saggista e editorialista, collabora con Le Monde e Bloomberg. I suoi studi sono apparsi sull’Economist, New York Times e Financial Times. Assiste quale consulente pro bono decine di organizzazioni della società civile impegnate in campagne sociali, civili e ambientali in Europa ed è il fondatore della non-profit The Good Lobby. In virtù del suo impegno civico è stato nominato Young Global Leader dal World Economic Forum nel 2015. Diplomato di Harvard University e del Collegio d’Europa di Bruges, ha conseguito il dottorato alla Università Bocconi ed il titolo di avvocato presso lo Stato di New York. Vive in Spagna con sua moglie e ha tre figlie. Alberto chiama casa l’Europa.

Perché hai deciso di candidarti con più Europa?
In un momento di grande incertezza, stare a guardare non è più una opzione per chi come me ha lasciato il suo Paese vent’anni fa e vede la sua vita – cosi’ come quella di centinaia di migliaia di italiani e milioni di altri cittadini europei – minacciate dal vento del populismo e rigurgiti sovranisti. Sono un professore universitario che ama sporcarsi le mani, dando voce a chi non ce l’ha. Mi sembra che gli italiani residenti in Europa non abbiano voce nel nostro Paese in questo momento storico, né in quello di residenza, sia essa la Germania, il Regno Unito, la Svizzera o la Spagna (ove risiedo), o la Francia (dove lavoro).

Quale la tua idea di un’Unione Europea?
Sicuramente non un complesso di istituzioni. Piuttosto uno spazio geografico e mentale in cui milioni di cittadine e cittadini possono trovare maggiori opportunità che nel loro Paese di origine. Come ho scritto anni fa, l’Europa è un moltiplicatore di opportunità: 28 chances di trovare lavoro, un partner o comprare casa. L’idea di Europa rimane la più potente visione del nostro futuro quale continente e società. Dobbiamo tuttavia renderla più partecipata, equa e garante dei diritti e libertà che sono state conquistate nel corso del secolo scorso. Di qui il nostro movimento, Più Europa. Io vivo in Europa da quando a vent’anni una borsa di studio mi ha permesso di lasciare il quartiere popolare del Lingotto di Torino e studiare in Europa. Se oggi ho un lavoro in Francia, vivo in Spagna e formo centinaia di cittadini ai loro diritti attraverso il continente è anche grazie all’Europa. Voglia la mia storia possa essere la storia di molti.

Per cosa ti batterai una volta eletto?
Quale rappresentante delle cittadine italiane e italiani residenti in Europa, la mia priorità sarà garantire la loro libertà nel Paese di residenza così come in quello di origine, l’Italia. Esistono ancora troppi ostacoli alle nostre vite di cittadini italiani residenti in Europa, che vanno dagli ostacoli burocratici con gli uffici consolari a quelli più’ significativi riguardo il riconoscimento del lavorato maturato all’estero, le qualifiche professionali o i medesimi titoli di studio per non parlare dei diritti a pensione. Centrale sarà la idea di portabilità: le nostre vite fuori dall’Italia debbono potersi realizzare senza perdere nulla di quanto abbiamo investito e consolidato.

Cosa andrebbe cambiato nelle istituzioni europee?
Innanzitutto l’Europa non si esaurisce nelle sue istituzioni. Esse sono un mezzo per garantire un fine: il nostro pacifico benessere. Purtroppo le istituzioni sono percepite come lontane e burocratiche, cosa che ahimè corrisponde alla realtà. Tuttavia, come ho avuto modo di provare nei miei libri e lavoro quotidiano, l’Unione europea offre maggiori opportunità a noi cittadini di interagire con i decisori e mette a disposizione numerosi canali di partecipazione – quale le consultazioni pubbliche, le petizioni al Parlamento o anche la iniziative cittadine europeo, che rimangono largamente sconosciute ai più e dunque poco utilizzate. La mia battaglia è rendere tali strumenti di partecipazione più accessibile e meno legalissimi È quello che faccio con la mia organizzazione – The Good Lobby – offrendo decine di seminari gratuiti indirizzati ai cittadini europei in tutto il continente. Le istituzioni europee debbono essere sollecitate, di più’ dai molti e non dai pochi. Insomma più contatti con i cittadini che con le lobbies.

Perché votarti?
Perché il nostro approccio alla politica è inconsueto. La nostra cultura politica guarda all’impegno pubblico come un dare non un ricevere. Metterò a disposizione della cosa pubblica le mie conoscenze e prospettive variegate su cosa significhi essere cittadini italiani nello spazio europeo per assicurare che i nostri diritti e libertà vengano non solo tutelati ma anche rafforzati. E non soltanto per noi, ma anche per le generazioni future. Già oggi le mie figlie non avranno le stesse opportunità che io ho ricevuto dall’Italia e dall’Europa. Di qui il mio impegno, oggi.
Voglio essere il rappresentante di tutte e tutti coloro si sentono ancora parte dell’Italia ma al contempo percepiscono di appartenere a qualcosa di più grande, ancora indefinito, che non potrà che essere il nostro futuro insieme.

Intervista realizzata da Davide Miraglia il 19 febbraio 2018