Trasferirsi a Berlino: quanto costa davvero la vita per una coppia?

Per una famiglia di due persone che vuole vivere comodamente (non tirare la cinghia, ma senza lussi eccessivi), direi che lo stipendio netto mensile dovrebbe essere almeno 3.000–3.500 € in totale. Sotto i 2.500 € si vive, ma bisogna fare attenzione a ogni spesa, soprattutto sull’affitto.

L’affitto è la spesa principale.

Un appartamento con una camera (50–70 m²) in zone centrali o ben collegate costa circa 1.200–1.800 € caldo (Warmmiete, cioè con spese incluse). Fuori dal centro si trova tra 900–1.300 €. Gli appartamenti arredati costano dal 35 al 45% in più rispetto ai non arredati.

Mediane 2026 per quartiere: Mitte 1.620 €, Neukölln 1.180 €, Wedding 1.080 €

Altre spese mensili medie per due persone:

  • Spesa alimentare: 400–600 €
  • Trasporti: 86 € a persona per l’abbonamento mensile (AB), quindi circa 170 € in due (o 120 € se fate l’abbonamento annuale).
  • Utenze extra (luce, internet, telefono): 80–150 € (se non incluse nel Warmmiete)
  • Assicurazione sanitaria: già detratta dallo stipendio lordo, quindi non si conta a parte se si parla di netto
  • Svago/ristoranti/uscite: 200–400 € dipende dallo stile di vita.

Consiglio pratico

Se pensate di restare più di 6–12 mesi, conviene prendere un appartamento non arredato e comprare i mobili di base (IKEA, Otto, Kleinanzeigen (tra le migliori per fare buoni affari), Facebook Marketplace, eBay). L’investimento iniziale (1.000–2.500 € per mobili essenziali) si ripaga in pochi mesi rispetto al sovrapprezzo degli appartamenti arredati.

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Podcast: Comites e emigrazione Italiana

Pip: Italiani a Berlino questa settimana ha molto da dire sui Comites.

Mara: Esatto. Italiani a Berlino pubblica una serie di pezzi che mettono a fuoco le elezioni Comites del 2026: chi può candidarsi, perché l’organismo viene contestato, quanto costa allo Stato e dove si concentra la comunità italiana che dovrebbe rappresentare. Cominciamo dalla rappresentanza.

Elezioni Comites 2026: candidarsi, criticare, cambiare

Pip: Il punto di partenza è semplice: nel 2026 si vota per rinnovare i Comites, i Comitati degli Italiani all’Estero, e il pezzo sulle elezioni Comites 2026 avverte subito che senza una lista alternativa a quella uscente, il voto sarebbe una formalità vuota.

Mara: La posizione è esplicita. Sul perché partecipare comunque, il testo scrive: “Al momento mi soffermo solo sulla presentazione delle liste e non su come poter partecipare al voto, poiché non consiglio di richiedere i plichi elettorali se non si forma almeno una lista alternativa a quella che presenterà sicuramente la dirigenza uscente. Sarebbero, altrimenti, delle elezioni farlocche.”

Pip: Elezioni farlocche. Il termine tecnico, insomma. E il pezzo non si ferma alla denuncia: spiega concretamente chi può candidarsi, quante firme servono, come autenticarle, cosa cambiò nel 2021 e cosa potrebbe non valere più nel 2026.

Mara: Sì, è un vero vademecum operativo. Per Berlino servono almeno 200 sottoscrittori residenti da almeno sei mesi, le firme vanno autenticate — gratuitamente in Consolato, oppure da notaio con Apostille a spese del presentatore — e la lista deve contenere tra 12 e 16 candidati. La deroga del 2021, che esonerava dall’autentica, era misura straordinaria e non è detto venga riproposta.

Mara: Un secondo pezzo va oltre la guida pratica e lancia una lista vera: si chiama “Scegli per scioglierli”, e il programma che propone punta a dimezzare i fondi richiesti rispetto ai 79.405 euro del bilancio preventivo 2026 del Comites di Berlino, a vietare candidature a chi presiede associazioni che poi ricevono fondi dal Comites, e a rendere pubblici e verificabili tutti i bilanci.

Pip: Candidarsi per smantellare dall’interno. Non è la strategia più comune, ma ha una sua logica.

Mara: Il terzo pezzo allarga la prospettiva storica. I Comites nascono nel 1985 come “comitati dell’emigrazione”, pensati per lavoratori degli anni Cinquanta e Sessanta che avevano bisogno di un’interfaccia consolare per pratiche di sopravvivenza. Nel 2026 il profilo dell’italiano all’estero è radicalmente diverso.

Mara: I dati Istat citati nel pezzo parlano chiaro: nel 2024 gli espatri hanno toccato 141.000 unità, due emigrati su tre hanno tra i 20 e i 49 anni, e circa un terzo di chi ha almeno 25 anni possiede una laurea. Non è emigrazione di necessità nel senso classico.

Pip: E chi si organizza da solo su Telegram difficilmente bussa al Comites per sapere dove trovare un medico che parla italiano.

Mara: Il pezzo lo dice esplicitamente: casa, lavoro, scuola, medico — tutto passa da gruppi Facebook, community Telegram, newsletter indipendenti. Il Comites, quando entra in scena, lo fa quasi sempre per patrocinare eventi già organizzati da altri. Un quarto contributo raccoglie le critiche documentate da altre testate: affluenza intorno al 6,5% già nel 2015, accuse di clientelismo, casi di Comites descritti come “ufficio stampa del Consolato”, e riunioni con toni definiti “intimidatori e minacciosi”.

Pip: La domanda che rimane aperta, e che il pezzo storico pone senza risposta, è se serva riformare i Comites o ripensarli da zero. Proprio sui soldi che li tengono in vita vale la pena fermarsi.

Quanto vale un Comites: i fondi pubblici nel 2025

Pip: Dietro il dibattito sulla rappresentanza ci sono numeri concreti, e un pezzo dedicato li mette in fila: nel 2025 lo Stato ha erogato ai Comites di tutto il mondo quasi 1,82 milioni di euro complessivi su due capitoli di spesa ministeriali.

Mara: Il dato berlinese è preciso: “il Comites di Berlino ha ricevuto nel 2025 finanziamenti per un totale di 23.280,00 euro”, cifra che lo colloca in una fascia intermedia rispetto alle altre sedi tedesche — sopra Wolfsburg e Norimberga, sotto Colonia e Monaco. Un secondo pezzo contestualizza questi numeri nella geografia della comunità: in Germania risiedono 849.383 italiani iscritti all’AIRE, con Berlino a 51.253, quasi il doppio rispetto al 2015.

Mara: E a questi fondi ordinari vanno aggiunti i 14 milioni stanziati per organizzare le elezioni 2026 di Comites e CGIE insieme — una cifra che il pezzo sui finanziamenti segnala separatamente, proprio perché non rientra nei costi di funzionamento ordinario.

Pip: Quattordici milioni per rinnovare urne che nel 2015 hanno visto un’affluenza mondiale del 6,5%. I numeri si commentano da soli.


Mara: La questione centrale resta aperta: un organismo pensato per un’Italia che emigrava negli anni Cinquanta può ancora rappresentare chi oggi si trasferisce a Berlino con un contratto in tasca e un gruppo Telegram già aperto sul telefono?

Pip: La risposta, per ora, è una lista che si chiama “Scegli per scioglierli”. Il che dice tutto sul livello di fiducia. La prossima puntata vedrà se qualcuno raccoglie le firme.

Ci ha lasciati Yayoi Kusama

Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026 a Tokyo, all’età di 97 anni; la notizia è stata resa pubblica solo oggi, il 27 agosto, dal museo e dalla fondazione che portano il suo nome. La sua scomparsa chiude la vita di una delle artiste più influenti del Novecento e del contemporaneo, nota per i pois, le zucche scultoree e le celebri Infinity Mirror Rooms, stanze di specchi che moltiplicano all’infinito luci e oggetti.

Una scoperta “indiretta”, attraverso Rachel Goswell degli Slowdive

Come capita a volte, il mio primo approccio consapevole a Kusama non è avvenuto davanti a un’opera, ma attraverso una voce: quella di Rachel Goswell, cantante degli Slowdive. In un’intervista, Goswell ha citato Kusama tra i suoi artisti preferiti, descrivendola come una figura capace di trasformare ossessioni personali in un linguaggio visivo universale. È stato quel nome, lanciato lì, quasi per caso, a spingermi a cercare di più: biografie, immagini, video delle installazioni. E a capire che dietro i pois c’era una storia di allucinazioni, disciplina ferrea e una ricerca ostinata sull’infinito e sull’io.

Il primo spazio al chiuso in pandemia: il Gropius Bau, maggio 2021

Nel maggio 2021, in piena pandemia, il primissimo luogo al chiuso che ho visitato è stato il Gropius Bau di Berlino per «Yayoi Kusama. Eine Retrospektive», la sua unica retrospettiva completa in Germania. Entrare in quella mostra, dopo mesi di restrizioni e schermi, è stato un’esperienza indimenticabile: le sale alternavano dipinti densi di reti e puntini, sculture di zucche monumentali e, soprattutto, le Infinity Mirror Rooms, dove il visitatore si trova sospeso in uno spazio che sembra non avere fine.

Ricordo in particolare la sensazione di smarrimento e di pace insieme: camminare in una stanza di specchi con piccole luci che si riflettono all’infinito ha reso molto concreto ciò che Kusama ripeteva da decenni, cioè che l’arte può essere un modo per “dissolversi” nell’universo e, paradossalmente, ritrovarsi. Uscire dal Gropius Bau, dopo mesi di chiusure, è stato come riappropriarsi non solo di uno spazio culturale, ma di una dimensione emotiva che la pandemia aveva compresso.

Chi era Yayoi Kusama

Nata nel 1929 in Giappone, Kusama si è formata in un contesto conservatore, per poi trasferirsi a New York negli anni Sessanta, dove ha partecipato attivamente alla scena delle performance, dell’happening e della Pop Art. Rientrata in Giappone alla fine degli anni Settanta, ha scelto di vivere per lungo tempo in una clinica psichiatrica di Tokyo, il Seiwa Hospital, continuando però a lavorare senza sosta fino agli ultimi giorni.

Il suo linguaggio è riconoscibile a colpo d’occhio:

  • Pois e pattern ripetuti, derivati dalle sue allucinazioni infantili, trasformate in un sistema visivo coerente
  • Zucche scultoree, diventate un suo vero e proprio “autoritratto” simbolico.
  • Infinity Mirror Rooms, installazioni immersive che giocano con specchi, luci e acqua per creare spazi infiniti.

Nonostante il successo planetario dagli anni Novanta in poi, il suo rapporto con il Giappone è stato complesso: celebrata all’estero prima che in patria, Kusama è diventata negli ultimi decenni un’icona globale, collaborando anche con brand come Louis Vuitton e portando le sue opere nei musei di tutto il mondo.

Un’eredità che resta

Il comunicato del suo museo sottolinea che Kusama “ha continuato a dipingere fino agli ultimi giorni”, mantenendo ferma la convinzione che “l’amore possa salvare il mondo”. La sua morte, avvenuta il 14 agosto e annunciata solo oggi, ha generato tributi in tutto il mondo, dalla stampa internazionale ai social network, dove milioni di persone hanno condiviso foto nelle sue installazioni.

Per me, Kusama resterà legata a due momenti precisi: la scoperta “indiretta” tramite Rachel Goswell degli Slowdive (una tra le mie band preferite), e quella visita al Gropius Bau nel maggio 2021, quando la sua mostra è stata la prima occasione per tornare a vivere uno spazio culturale al chiuso dopo mesi di isolamento. In quel percorso tra pois, specchi e luci, c’era non solo la sua idea di infinito, ma anche un modo per rimettere in moto, dopo la pandemia, il desiderio di uscire, vedere, sentire.

Recensione: “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati” di Fabio Stassi

Un libro colto ed emotivamente denso, che intreccia la memoria dei roghi nazisti con l’attualità dei conflitti contemporanei, e che restituisce dignità e voce a cinque scrittori italiani quasi dimenticati dalla storia letteraria ufficiale. Consigliato a chi ama la saggistica narrativa e ha un legame, anche solo affettivo, con Berlino.

Bebelplatz
Bebelplatz

C’è una piazza a Berlino che sembra ancora trattenere l’odore di benzina e cenere di novant’anni fa. È Bebelplatz, dove nella notte del 10 maggio 1933 gli studenti tedeschi diedero alle fiamme oltre 25.000 libri. Da questa piazza, oggi segnata dal monumento sotterraneo di Micha Ullman, la Empty Library fatta solo di silenzio e di vuoto, parte il libro. 

Con Bebelplatz. La notte dei libri bruciati (Sellerio editore Palermo, 2024), Fabio Stassi costruisce un libro al centro del quale non c’è solo l’episodio del rogo dei libri a Berlino, ma la domanda più ampia su cosa significhi davvero difendere la cultura quando il potere vuole ridurla al silenzio.

Non è un saggio storico in senso stretto, né un semplice diario di viaggio. Stassi, in tour tra gli istituti italiani di cultura di Amburgo, Colonia, Stoccarda e Monaco, attraversa le città tedesche che furono teatro dei roghi di libri e lascia che il presente si insinui continuamente nel racconto: la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, la sensazione condivisa che il mondo, dalla pandemia in poi, sia “di nuovo uscito fuori dai cardini”. Il libro procede per accostamenti, quasi per corrispondenze, tra Cervantes e Canetti, tra Ovidio esiliato e Arendt, tra la biblioteca murata di Don Chisciotte e le liste di proscrizione naziste. È un metodo che richiede al lettore un minimo di pazienza, ma che restituisce una scrittura densa, mai didascalica.

Il cuore del libro è la ricostruzione di cinque scrittori italiani i cui libri finirono tra quelli destinati al rogo dei nazisti: Pietro Aretino, il “cantore della libertà rinascimentale”, già censurato tre secoli prima della sua epoca; Giuseppe Antonio Borgese, siciliano, “cittadino del mondo” ed esule negli Stati Uniti; Emilio Salgari, letto e amato in Sudamerica più che in patria; Ignazio Silone, la cui opposizione al fascismo lo rese bersaglio su due fronti; e Maria Assunta Giulia Volpi, l’unica donna della lista, voce libera sul piacere e sull’indipendenza femminile, oggi quasi dimenticata. Stassi non si limita a elencarli: ne racconta le biografie minori, le lettere, gli esili, restituendo un piccolo atlante della letteratura che il regime bollò come “dannosa e indesiderata”.

La nota introduttiva di Alberto Manguel inquadra bene il senso del progetto: la storia della distruzione dei libri non è un’eccezione della barbarie, ma una costante che attraversa ogni epoca e ogni cultura, da Alessandria alle biblioteche cinesi del terzo secolo avanti Cristo, fino alle distruzioni contemporanee. Ed è forse questo l’aspetto più utile del libro di Stassi, al di là del valore documentario: non racconta il rogo del 1933 come un unicum da ricordare con orrore compassato, ma come un anello di una catena che non si è mai davvero interrotta, e che oggi si ripresenta sotto altre forme, meno spettacolari ma non meno reali.

Va detto che la struttura a cinque parti, con continui rimandi tra passato e presente, tra cronaca di viaggio e digressione erudita, richiede al lettore di accettare un ritmo non lineare: chi cerca un racconto storico compatto potrebbe trovare la costruzione dispersiva. È invece un libro che premia chi accetta di seguire l’autore nelle sue associazioni, spesso illuminanti, a volte più libere.

Per chi vive a Berlino o per chi la visita e attraversa quotidianamente piazze come questa senza fermarsi a pensare a cosa custodiscono, Bebelplatz è anche un invito molto concreto: la prossima volta che si passa di lì, vale la pena fermarsi un momento sopra l’oblò di vetro che dà sulla biblioteca vuota, e ricordare che tra quei ventimila volumi bruciati c’erano anche pagine scritte in italiano.

La scrittura di Stassi è colta ma leggibile, grave senza essere pomposa, capace di alternare tono saggistico e tensione narrativa. Il risultato è un testo che si legge con rapidità ma resta a lungo nella mente, proprio perché non si esaurisce nel racconto di un episodio storico: diventa una meditazione sulla censura, sulla memoria e sulla responsabilità di custodire le parole. In un’epoca in cui il rumore spesso prende il posto della riflessione, questo libro ricorda con fermezza che difendere i libri significa difendere la possibilità stessa di pensare.

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