Affitti a Berlino: in quattro anni si perdono 16 metri quadrati con lo stesso budget

Nessuna grande città tedesca registra aumenti degli affitti così rapidi come Berlino. Un’analisi recente mostra quanto i locatari possano permettersi sempre meno spazio abitativo.

Un budget di 1.000 euro per l’affitto netto sembra una cifra ragionevole. Eppure, con quella somma si ottiene sempre meno: meno metri quadrati, meno qualità abitativa, meno spazio personale. Una recente analisi del portale immobiliare Immowelt mostra che, rispetto al 2022, gli inquilini possono permettersi superfici significativamente ridotte — soprattutto a Berlino.

Viene presa come base di calcolo un canone di locazione netto mensile di 1.000 euro. I dati provengono dagli annunci pubblicati su immowelt.de e si riferiscono ad appartamenti esistenti di 75 metri quadrati, con 3 stanze, al primo piano, costruiti negli anni Novanta. I prezzi al metro quadro sono stati confrontati tra il 1° marzo 2022 e il 1° marzo 2026.

Se nel 2022 a Berlino si riuscivano a ottenere in media 86 metri quadrati per 1.000 euro di affitto netto, oggi ne restano solo 70 — quasi il 19% in meno. I 16 metri quadrati perduti corrispondono a una piccola stanza. Non va molto meglio ad Amburgo, dove la superficie è scesa da 87 a 75 metri quadrati. A Monaco, già la città più cara per gli inquilini, si ottenevano appena 55 metri quadrati nel 2022; oggi sono rimasti 48.

L’effetto non riguarda solo le metropoli

Chi pensava che perdite di questa portata riguardassero solo le grandi città si sbaglia. Nell’economicamente fragile Gelsenkirchen, nella Ruhr, gli inquilini perdono addirittura 29 metri quadrati. Grazie a prezzi ancora relativamente contenuti, per 1.000 euro si ottengono in media 147 metri quadrati — ma nel 2022 erano 176. Cali significativi si registrano anche a Hagen (−27), Recklinghausen (−25), Duisburg e Bremerhaven (−24).

Gli esperti spiegano questo fenomeno con il cosiddetto effetto di saturazione: chi cerca casa si sposta sempre più verso le periferie e le città vicine — come Hagen — perché le metropoli come Colonia, Düsseldorf e Dortmund sono diventate sensibilmente più care.

Una «tempesta perfetta» sul mercato degli affitti

Gli esperti di Immowelt descrivono la situazione come una «tempesta perfetta», identificando quattro cause principali. In primo luogo, i costi dei materiali da costruzione, dell’energia e della manodopera artigianale sono aumentati vertiginosamente: secondo l’Ufficio federale di statistica, il prezzo medio delle costruzioni è salito del 25,9% dall’inizio del 2022, provocando un crollo del mercato delle nuove costruzioni.

In secondo luogo, il rialzo dei tassi sui mutui dal 2022 ha spinto molte persone a rinunciare al sogno della casa di proprietà, riversandosi sul mercato degli affitti. A ciò si aggiunge un effetto di recupero statistico: in città come Oberhausen, Duisburg o Gelsenkirchen, che per anni avevano mantenuto affitti molto bassi, qualsiasi aumento assoluto pesa enormemente in termini percentuali.

«Lo sviluppo degli affitti nelle grandi città è allarmante: quando a Berlino, in quattro anni, per 1.000 euro scompare la superficie di una stanza, e a Monaco con la stessa cifra non restano nemmeno 50 metri quadrati, si toglie ai lavoratori comuni la base materiale dell’esistenza.»

— Theo Mseka, amministratore delegato di Immowelt

Mseka conclude con un avvertimento: senza interventi mirati per ridurre i costi di costruzione, la spirale di superfici sempre più ridotte e affitti sempre più alti continuerà a girare. Il mercato immobiliare tedesco sembra aver perso un equilibrio che diventa sempre più difficile da ritrovare.

Dibattito sull’aborto in Germania: diritti e riforme necessarie

Ancora oggi, nel 2026, la Germania è uno dei paesi europei in cui l’aborto è formalmente un reato. Il §218 del Codice penale, introdotto nel 1871, vieta l’interruzione volontaria di gravidanza e prevede pene fino a tre anni per chi la pratica; per la donna incinta la pena massima è fino a un anno o una multa, con attenuazioni specifiche.
Eppure, ogni anno vengono eseguiti oltre 106.000 aborti, quasi tutti nelle prime 12 settimane e senza conseguenze penali.

Come può una pratica così diffusa rimanere tecnicamente criminalizzata? E perché, nonostante una larga maggioranza dell’opinione pubblica sia favorevole alla depenalizzazione, la legge non cambia?

Il paradosso tedesco: illegale ma non punibile

Il sistema tedesco è uno dei più peculiari in Europa. L’aborto è illegale, ma non punibile se vengono rispettate quattro condizioni previste dal § 218a:

CondizioneRequisito
TemporaleEntro 12 settimane dal concepimento (≈ 14ª settimana di gravidanza)
RichiestaLa donna deve richiederlo personalmente
ConsulenzaColloquio obbligatorio in un consultorio riconosciuto
AttesaAlmeno 3 giorni tra consulenza e procedura

Esistono inoltre due eccezioni:

  • Indicazione medica (senza limiti di tempo)
  • Indicazione criminologica (stupro, entro 12 settimane dal concepimento)

Nonostante questo compromesso, l’aborto resta formalmente un reato. I procedimenti penali sono rarissimi: pochissimi casi vengono indagati e ancor meno arrivano a condanna.

Ostacoli all’accesso

1. Consulenza obbligatoria e attesa di 3 giorni

La consulenza è un passaggio obbligatorio e certificato. Molti consultori adottano un approccio non ostile, ma la procedura resta percepita come un’ingerenza nella decisione della donna.
Il periodo di attesa di 3 giorni può aggravare situazioni già delicate, soprattutto per chi vive lontano dai centri urbani.

La Commissione governativa per l’autodeterminazione riproduttiva (2024) ha raccomandato di eliminare l’obbligo e sostituirlo con un diritto alla consulenza volontaria.

2. Costi elevati e non coperti

A differenza dell’Italia, dove l’IVG è gratuita nel SSN, in Germania l’aborto “su richiesta” costa 300–700 € e non è coperto dall’assicurazione sanitaria obbligatoria, salvo per:

  • donne con reddito basso (soglia intorno a 1.400 € netti mensili),
  • casi di stupro,
  • indicazione medica.

La consulenza è gratuita, ma la procedura no.

3. Carenza di medici e strutture

Dal 2003 il numero di strutture e medici che praticano aborti è diminuito drasticamente. Solo i medici possono eseguire l’intervento (non le ostetriche, come in Francia o Italia).
Nelle zone rurali trovare una clinica può richiedere decine di chilometri di spostamento.

4. Disparità regionali

L’accesso varia molto tra i Länder:

ZonaAccesso
Berlino, AmburgoAmpia disponibilità
Baviera, Baden-WürttembergOfferta limitata
Germania meridionaleDistanze anche di 80–100 km

Il finanziamento dei consultori dipende dai Länder, rendendo l’accesso vulnerabile a scelte politiche locali.

Una legge obsoleta

Il §218 risale al 1871. Dopo la divisione della Germania:

  • la DDR legalizzò l’aborto entro 12 settimane negli anni ’70,
  • la RFT mantenne il reato.

Nel 1992 il Bundestag approvò una legge più liberale, ma nel 1993 la Corte costituzionale la dichiarò incostituzionale per “insufficiente tutela del nascituro”. Da qui nasce l’attuale compromesso: reato, ma non punibile entro certi limiti.

Nel 2022 è stato abolito il § 219a, che vietava ai medici di fornire informazioni sui servizi di aborto. La norma, spesso descritta come “nazista”, affonda in realtà le sue radici in un dibattito già presente durante la Repubblica di Weimar: la versione vigente al momento dell’abrogazione risaliva agli anni ’70, sotto un governo socialdemocratico.

Il dibattito politico attuale

Le forze favorevoli alla depenalizzazione

  • SPD e Verdi: mozione nel 2024 per legalizzare l’aborto entro 12 settimane. il 15 novembre 2024 hanno presentato una mozione per legalizzare l’aborto entro 12 settimane, con l’obiettivo di approvarla prima delle elezioni federali del febbraio 2025. La proposta è tuttavia naufragata l’11 febbraio 2025 in Commissione giuridica del Bundestag, senza mai arrivare al voto del plenum.
  • 26 organizzazioni civiche: proposta di abrogazione totale del §218 (ottobre 2024).
  • Commissione governativa 2024: raccomanda depenalizzazione entro 12 settimane e un nuovo regime dopo la 22ª.
  • Opinione pubblica: vari sondaggi indicano che circa tre quarti dei tedeschi sostengono una liberalizzazione.

Le proposte includono:

  • legalizzazione entro 12 settimane,
  • abolizione di consulenza obbligatoria e attesa,
  • aborto come prestazione medica ordinaria,
  • copertura assicurativa universale,
  • responsabilità penale solo per chi pratica aborti coercitivi o pericolosi.

Le forze contrarie

  • CDU/CSU: contrarie alla depenalizzazione; minacciano ricorso alla Corte costituzionale. A seguito delle elezioni federali del 23 febbraio 2025, la CDU/CSU guida il nuovo governo, rendendo oggi ancora più improbabile una riforma a breve termine.
  • AfD: posizioni fortemente restrittive.
  • Chiesa cattolica: opposizione netta.

Le critiche internazionali

Nel 2023 il Comitato ONU CEDAW ha criticato la Germania per:

  • consulenza obbligatoria e attesa di 3 giorni,
  • ostacoli che colpiscono solo le donne,
  • mancata copertura assicurativa,
  • limitazioni all’autonomia riproduttiva.

Il Comitato ONU per i Diritti Umani ha raccomandato di eliminare le sanzioni penali per chi richiede l’aborto.

Perché la depenalizzazione è urgente?

1. Diritti riproduttivi sotto pressione

Con l’ascesa dell’AfD in diversi Länder, basterebbe ridurre i finanziamenti ai consultori per rendere l’accesso quasi impossibile: senza consulenza, l’aborto resta illegale.

2. La criminalizzazione non riduce gli aborti

Nel 2023 si sono registrati circa 106.000 aborti, il numero più alto da oltre un decennio.
La Germania ha comunque tassi bassi: 5,6 aborti ogni 1000 donne (Francia 14,1; Italia 5,0).

3. Incoerenza con i diritti fondamentali

L’attuale sistema attribuisce al nascituro una tutela ampia, ma scarica sulla donna l’onere di garantirla, anche quando la gravidanza è per lei inaccettabile.

4. Una possibile soluzione

La giurista Liane Wörner propone di:

  • spostare l’aborto fuori dal diritto penale,
  • mantenere la protezione del nascituro con strumenti non penali (prevenzione, sostegno sociale),
  • punire solo aborti coercitivi o pericolosi,
  • creare un sistema realmente accessibile e rispettoso dell’autonomia.

Il confronto con l’Italia

Italia (Legge 194/1978):

  • aborto legale e gratuito nel SSN
  • consulenza facoltativa
  • nessun periodo di attesa
  • pillola abortiva anche nei consultori.

Germania:

  • aborto tecnicamente illegale,
  • costi a carico della donna,
  • consulenza obbligatoria + 3 giorni,
  • solo medici possono eseguire l’intervento.

Conclusione: un bivio storico

La Germania ha oggi l’occasione di riformare una normativa ottocentesca e allinearsi agli standard internazionali sui diritti umani. Il fallimento della proposta di depenalizzazione nel febbraio 2025 e l’insediamento di un governo a guida CDU/CSU rendono questo obiettivo più lontano nel breve periodo, ma non cancellano l’urgenza politica e sociale della riforma.

Depenalizzare significherebbe:

  • Garantire accesso sicuro e uniforme
  • Rafforzare l’autodeterminazione
  • Ridurre stigma e disuguaglianze
  • Proteggere la salute riproduttiva
  • Mantenere la tutela del nascituro con strumenti non penali

Come ricorda Liane Wörner, depenalizzare non significa rinunciare alla protezione della vita, ma spostarla dal diritto penale alla salute pubblica.


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Quando si usa “Artikel” e quando “Paragraph” (§) in tedesco?

In tedesco Artikel e Paragraph (§) non sono sinonimi: indicano due modi diversi di strutturare le norme giuridiche.

🏛️ Artikel — per costituzioni e diritto internazionale
Si usa Artikel (Art.) per:

  • Costituzioni (es. Grundgesetz)
  • Trattati internazionali
  • Diritto dell’Unione europea

👉 Esempio:
Art. 1 GG – Die Würde des Menschen ist unantastbar.

⚖️ Paragraph (§) — per leggi tedesche “classiche”
Si usa Paragraph (§) per:

  • Leggi ordinarie (BGB, StGB, ecc.)
  • Regolamenti tedeschi (Verordnungen)

👉 Esempio:
§ 823 BGB – Schadensersatzpflicht

🧭 Regola pratica
Se stai citando diritto costituzionale, internazionale o UE → Art.
Se stai citando una legge tedesca → §

✏️ Curiosità
Nel diritto UE troverai sempre Artikel, mentre nei codici tedeschi sempre §: due sistemi diversi che convivono nello stesso contesto giuridico.

L’antonomasia in tedesco: personaggi, nomi e città nelle perifrasi evocative

L’antonomasia è una figura retorica molto diffusa sia nella lingua italiana sia in quella tedesca, che consiste nel sostituire un nome proprio con un’espressione descrittiva, oppure nel trasformare un nome proprio in un nome comune con valore simbolico. Questo fenomeno riflette aspetti culturali, storici e sociali condivisi, rendendo immediatamente riconoscibili determinate caratteristiche associate a persone, luoghi o figure mitologiche. Nelle tabelle seguenti vengono presentati alcuni esempi significativi di antonomasia in tedesco, suddivisi per tipologia: dalle perifrasi utilizzate per indicare personaggi celebri, ai nomi propri diventati nomi comuni, fino alle espressioni che identificano città attraverso immagini evocative.

Esempi di Antonomasia in Tedesco

1. Persone celebri → Perifrasi/nomi caratteristici

Perifrasi (tedesco)Persona indicataCaratteristica
“der eiserne Kanzler”Otto von Bismarck governo autoritario 
“die Eiserne Lady”Margaret Thatcher fermezza politica 
“der Rote Baron”Manfred von Richthofen asso aviatore (uniforme rossa)
“der Sonnenkönig”Ludovico XIV (francese) centro della vita politica/culturale 
“der Kerpener”Michael Schumacher provenienza da Kerpen 
“der Hannoveraner”Joschka Fischer provenienza da Hannover 
“die Kanzlerin”Angela Merkel ruolo (cancelliera tedesca) 
“der große Thomaskantor”Johann Sebastian Bach ruolo a Lipsia (San Tommaso) 
“der Sohn der Aphrodite”Eros genealogia mitologica 
“der Beherrscher des Meeres”Posejdone/Nettuno dominio sul mare 

2. Nome proprio → Nome comune

Nome proprio usato come comuneSignificato genericoOrigine
“ein Judas”traditore Giuda Iscariota 
“ein Casanova”donnaiolo, schioppettone Giacomo Casanova 
“ein Adonis”giovane molto bello Adone, dio greco 
“ein Don Juan”donnaiolo, seduttore Don Giovanni, leggendario seduttore 
“ein Casanova”Schürzenjäger (cacciatore di gonne) Giacomo Casanova 

3. Città → Perifrasi

PerifrasiCittàSignificato
“die ewige Stadt”Roma eternità 
“das Heilige Land”Israele sacralità religiosa 
“die Siebenhügelstadt”Roma 7 colli 
“das Hollywood des Ostens”Babelsberg (Potsdam) studi cinematografici 
“die amerikanische Traumfabrik”Hollywood film/studi 
“Land der aufgehenden Sonne”Giappone posizione geografica 

Qunato alla categoria di antonomasiei marchio → prodotto si rimanda all’articolo di ieri Marchi diventati parole comuni: gli esempi tedeschi più curiosi.

“Come stai, Italia?” – Un paese pieno di contraddizioni

Nel podcast Aus Politik und Zeitgeschichte, il giornalista Sebastian Heinrich traccia un bilancio impietoso e appassionato dell’Italia di Meloni: un paese che vive al di sotto delle sue possibilità, ma che non smette di stupire.


Nell’episodio 30 del podcast Aus Politik und Zeitgeschichte (APuZ) della Bundeszentrale für politische Bildung, trasmesso il 6 novembre 2024, la giornalista Sarah Zerback intervista Sebastian Heinrich – corrispondente dell’agenzia AFP, autore del libro e podcast Kurz gesagt Italien – sulla situazione attuale dell’Italia a due anni dall’insediamento del governo Meloni. Il titolo scelto per la puntata è eloquente: Come stai, Italia?

Heinrich si presenta come osservatore critico ma affettuoso del paese: convinto che l’Italia viva cronicamente al di sotto del suo potenziale, eppure affascinato dalla sua straordinaria resilienza. Un punto di vista che emerge con chiarezza nel corso di una conversazione lunga, densa e per nulla scontata.

Meloni: europeista per convinzione o per opportunismo?

Heinrich riconosce che, sul piano della politica estera, il governo Meloni si è dimostrato sorprendentemente allineato al mainstream europeo. La posizione sull’Ucraina, il rapporto costruttivo con Bruxelles, il sostegno esplicito di Ursula von der Leyen: tutto questo contrasta con i timori iniziali e, soprattutto, con l’esecutivo Lega-Cinque Stelle del 2018-2019, che Heinrich definisce molto più antieuropeista e populista nel tono e nei comportamenti.

Detto questo, il giornalista pone una domanda che, ammette, nessuno in Italia sa ancora rispondere: quanta parte di questo europeismo è autentica convinzione, e quanta è puro opportunismo? Meloni è cresciuta politicamente nella scena neofascista romana, una cultura con una tradizione lunga e violenta. Se si sia davvero trasformata in una democratica convinta e atlantista, o se stia semplicemente recitando una parte, resta una questione aperta. Heinrich suggerisce di giudicarla dai fatti – e finora, sul fronte europeo, i fatti parlano a suo favore.

Sul piano interno, invece, il quadro è più ambiguo.

Migrazione: la grande ipocrisia

Il tema migratorio è al centro del dibattito politico italiano da anni, ben prima di Meloni. E Heinrich non risparmia critiche a nessuno. La linea ufficiale di Roma è sempre stata la stessa: l’Europa ci lascia soli, siamo sopraffatti. Ma la realtà, spiega Heinrich, è un segreto di Pulcinella: l’Italia lascia passare i migranti verso nord – Austria, Germania, Francia – senza applicare davvero le norme europee. Una pratica consolidata, trasversale ai governi.

A ciò si aggiunge il capitolo libico: gli accordi stipulati con le milizie libiche – definite da Heinrich, senza mezzi termini, bande – per bloccare le partenze hanno prodotto violazioni dei diritti umani sistematiche, tollerate e in parte finanziate dall’Italia e da altri Stati UE. Questo, sottolinea, è stato fatto anche da governi di centrosinistra.

Il modello Albania – centri di accoglienza extraterritoriali gestiti dalle autorità italiane – è, secondo Heinrich, almeno una novità trasparente: avviene sotto responsabilità italiana, davanti agli occhi di tutti. Che funzioni è tutt’altra questione: i tribunali lo hanno bloccato. E Meloni ha risposto con il classico copione della destra italiana da trent’anni: la colpa è dei giudici, nemici della politica, tutti comunisti. Una retorica collaudata da Berlusconi, che ancora oggi funziona su una parte dell’elettorato.

Salari e povertà: il paradosso italiano

Uno dei dati più eloquenti che Heinrich cita nel podcast riguarda i salari: l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea in cui, negli ultimi trent’anni, le retribuzioni reali sono diminuite. Non ristagnate – diminuite. Un primato negativo che spiega molto della frustrazione diffusa nel paese.

Nonostante un tasso di occupazione record nel 2024 – con progressi anche per le donne – la povertà ha raggiunto nuovi massimi: un italiano su dieci vive in condizioni di povertà. Il lavoro c’è, ma non basta a garantire una vita dignitosa. Le cause sono strutturali: un tessuto produttivo basato su piccole e medie imprese con scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, un persistente divario Nord-Sud, e una produttività stagnante. L’abolizione del reddito di cittadinanza, osserva Heinrich, non sembra aver aggravato significativamente la situazione – ma non l’ha certo migliorata.

Il risultato è un esodo silenzioso: giovani talenti che lasciano il paese, attratti da stipendi e condizioni di lavoro incomparabilmente migliori nel resto d’Europa.

Il disincanto politico e l’astensionismo

L’Italia è sempre stata un paese con alta partecipazione elettorale. Non più. Alle elezioni europee del giugno 2024, per la prima volta in una consultazione nazionale, meno della metà degli italiani si è recata alle urne. Un crollo che Heinrich definisce drammatico.

La spiegazione che offre è semplice quanto amara: la politica italiana parla di sé stessa. I grandi temi strutturali – la siccità devastante in Sicilia e Sardegna, dove alcuni comuni hanno acqua solo per poche ore al giorno; la crisi salariale; il dissesto idrogeologico nell’Emilia-Romagna – restano sullo sfondo, mentre il dibattito pubblico si consuma in polemiche interne: chi ha litigato con chi, chi ha perso il posto al ministero, quali equilibri si sono rotti dentro Fratelli d’Italia.

I cittadini lo percepiscono. E si allontanano.

La riforma costituzionale: il “premierato”

Meloni ha definito la riforma che vuole introdurre la madre di tutte le riforme: l’elezione diretta del presidente del Consiglio, il cosiddetto premierato. Un’idea che in Italia circola dagli anni Novanta, da quando lo scandalo Tangentopoli fece implodere l’intero sistema partitico della Prima Repubblica.

Heinrich è scettico. Non la considera un pericolo per la democrazia – semplicemente perché ritiene che non funzionerà. E il paradosso, nota con una punta di ironia, è che è proprio il governo Meloni a dimostrare che il sistema attuale può produrre stabilità: l’esecutivo è sulla buona strada per diventare il primo governo della storia repubblicana a completare un’intera legislatura.

Ciò che servirebbe davvero, secondo Heinrich, è una riforma della legge elettorale: più trasparente, più comprensibile, capace di restituire ai cittadini la percezione reale di chi stanno eleggendo.

Cultura: offensiva, ma non silenziamento

Il governo ha adottato una politica culturale aggressiva, all’insegna della narrazione secondo cui la sinistra avrebbe dominato la scena culturale italiana per decenni. Artisti, intellettuali e figure critiche vengono progressivamente esclusi da istituzioni e progetti con finanziamento pubblico. L’assenza di Roberto Saviano dalla delegazione ufficiale alla Fiera del Libro di Francoforte – dove l’Italia era ospite d’onore – è diventata un simbolo di questa tendenza.

Eppure, chiarisce Heinrich, l’Italia resta una democrazia liberale con un pluralismo mediatico vivace. Anche nella RAI, dove molti vertici sono stati sostituiti, continuano a emergere inchieste scomode per il governo. Un confronto con l’Ungheria di Orbán, per ora, non regge.

“Ach, Italien” – ma non solo come sospiro

Il podcast si chiude con una nota inaspettatamente ottimista. Heinrich ricorda la resilienza italiana: nei momenti di crisi, il paese sa mobilitarsi con una forza sorprendente. Gli Angeli del Fango – i volontari che si organizzano spontaneamente dopo le alluvioni, come quelle recenti in Emilia-Romagna – ne sono un esempio vivo.

E poi c’è Napoli. Una città che il mondo intero considerava caotica e pericolosa, e che oggi è una delle metropoli più vitali e creative d’Europa: musica, serie televisive, cultura popolare. Per Heinrich, è la metafora perfetta di un paese che ha risorse enormi e che troppo spesso non riesce a valorizzarle.

“L’Italia vive sempre al di sotto delle sue possibilità”, conclude. Non perché le forze manchino – ma perché la politica, troppo spesso, non fa la sua parte.


Questo articolo è basato sull’episodio 30 del podcast Aus Politik und Zeitgeschichte (APuZ), pubblicato il 6 novembre 2024. L’episodio è disponibile su www.bpb.de/apuz-podcast. Condotto da Sarah Zerback, con il giornalista Sebastian Heinrich.

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