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Dipendenze in Italia: la relazione annuale al Parlamento fotografa un Paese in difficoltà, soprattutto tra i giovani

Presentata ieri a Roma la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze: i dati del 2025 mostrano un aumento dei consumi tra i minori, la crescita della cocaina come sostanza più letale e l’espansione delle nuove dipendenze digitali.


Ieri mattina, nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri a Roma, è stata presentata la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia del 2026, alla presenza del Sottosegretario con delega alle politiche contro la droga Alfredo Mantovano, del Presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga e del Presidente dell’ANCI Gaetano Manfredi. Un documento che offre una fotografia impietosa e dettagliata di un fenomeno in continua evoluzione.

Uno su quattro tra i 15 e i 19 anni

Il dato che più colpisce riguarda i giovanissimi. Nel 2025, quasi 350.000 studenti under 18 hanno dichiarato di aver utilizzato almeno una sostanza illegale nel corso dell’anno, pari al 23% della popolazione scolastica minorenne, con un aumento rispetto al 20% registrato nel 2024. Nella fascia tra i 15 e i 19 anni, più di un ragazzo su quattro (il 26%) riferisce di aver usato almeno una sostanza psicoattiva illegale negli ultimi dodici mesi.

Cannabis e cocaina continuano a essere le sostanze più diffuse, mentre tra gli studenti di 15-19 anni si osserva, dopo la flessione registrata tra il 2022 e il 2024, una ripresa dei consumi di stimolanti, allucinogeni, oppiacei, catinoni sintetici e ketamina. Preoccupa anche un fenomeno meno visibile: quasi 180.000 minorenni (11%) hanno fatto uso di psicofarmaci senza prescrizione medica nel 2025, con prevalenze quasi doppie tra le ragazze.

La cocaina, la sostanza più letale

La cocaina si conferma la sostanza con il maggiore impatto sanitario e sociale: è responsabile del 33% dei decessi droga-correlati accertati dalle forze dell’ordine e del 32% dei ricoveri ospedalieri legati al consumo di stupefacenti. Nei Servizi per le dipendenze (SerD), il 28% degli utenti è in trattamento per uso primario di cocaina o crack. Sul fronte dei sequestri, solo nei porti di Gioia Tauro e Livorno sono state intercettate circa cinque tonnellate di cocaina nel 2025.

Il mercato delle droghe cambia anche nella forma: nel 2025 il sistema nazionale di allerta rapida ha individuato 92 nuove sostanze psicoattive in circolazione sul territorio italiano.

Alcol e tabacco: i consumi “visibili” tra i minori

Le dipendenze legali restano diffuse tra gli adolescenti. Quasi 500.000 studenti minorenni (31%) hanno fumato tabacco nel corso del 2025, dato in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente. Il consumo episodico eccessivo di alcol ha invece interessato circa 380.000 studenti under 18, pari a un quarto della popolazione scolastica minorenne, con una maggiore diffusione tra le studentesse.

Le nuove dipendenze: digitale, gaming, gambling e hikikomori

La Relazione dedica ampio spazio alle dipendenze comportamentali, un fronte in rapida crescita. Circa 111.000 studenti risultano a rischio di internet gaming disorder, mentre oltre 87.000 presentano comportamenti di gioco d’azzardo problematici o a rischio. Circa 15.000 studenti tra gli 11 e i 13 anni presentano comportamenti riconducibili alla social media addiction, in calo rispetto al 2,2% del 2022. Emerge anche un fenomeno sempre più citato dagli esperti: oltre 26.000 minorenni hanno riferito situazioni di isolamento sociale protratto per più di sei mesi, riconducibili al fenomeno degli hikikomori.

La risposta del sistema sanitario

Sul versante dell’offerta assistenziale, nel 2025 i servizi pubblici per le dipendenze hanno avuto in carico 131.328 persone, con un incremento del 3,5% rispetto al 2024, mentre le comunità terapeutiche hanno assistito 25.644 utenti in percorsi residenziali e riabilitativi. I Pronto Soccorso italiani hanno registrato 9.641 accessi per condizioni direttamente droga-correlate, in aumento del 15% rispetto all’anno precedente.

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Fonti: Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026

Droghe in Germania: nuovi dati confermano il boom della cocaina tra i giovani

In occasione della Giornata mondiale contro le droghe (Weltdrogentag) del 26 giugno, il Bundesinstitut für Öffentliche Gesundheit (BIÖG) ha pubblicato oggi nuovi dati allarmanti sul consumo di sostanze illegali tra i giovani in Germania. Il dato più preoccupante riguarda la cocaina: tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni, il consumo è più che triplicato nel giro di dieci anni.

I numeri della Drogenaffinitätsstudie 2025

Secondo il Drogenaffinitätsstudie 2025 del BIÖG, tra i giovani dai 18 ai 25 anni il consumo di cocaina nell’arco dei dodici mesi precedenti all’indagine è salito dal 1,2% del 2015 al 4,1% del 2025. Per quanto riguarda i ragazzi il dato è passato dall’1,8% al 5,7%; per le ragazze dallo 0,5% al 2,4%.

Complessivamente, il 18,7% dei giovani tra i 18 e i 25 anni ha dichiarato di aver fatto uso di almeno una droga illegale nella propria vita, con una netta disparità di genere: quasi il doppio degli uomini rispetto alle donne (23,8% contro 12,9%). Tra i minorenni dai 12 ai 17 anni, invece, il quadro è più contenuto: solo il 2,5% ha riferito esperienze con droghe illegali, senza differenze significative tra ragazzi e ragazze.

La sostanza citata con maggiore frequenza in entrambe le fasce d’età è stata il protossido d’azoto (Lachgas): l’1,3% degli adolescenti e l’8,0% dei giovani adulti ha dichiarato di averlo consumato almeno una volta nella vita.

Lo studio si basa su una rilevazione telefonica condotta tra il 22 aprile e il 3 luglio 2025, che ha coinvolto complessivamente 7.001 giovani tra i 12 e i 25 anni, il 60% tramite rete fissa e il 40% tramite cellulare.

Il segnale delle acque reflue

A confermare il trend non sono soltanto le risposte degli intervistati. Le analisi delle acque reflue commissionate dall’Agenzia europea per le droghe (EUDA) in diverse città tedesche segnalano anch’esse un aumento del consumo di cocaina negli ultimi anni. Questo tipo di monitoraggio ambientale, ormai consolidato a livello europeo, offre un riscontro oggettivo indipendente dalle dichiarazioni individuali.

Cannabis: i giovani consumano di più, gli adolescenti no

Sul versante della cannabis, la situazione è articolata. Tra i ragazzi tra i 18 e i 25 anni, la quota di chi ha consumato cannabis nell’ultimo anno è salita dal 20,6% del 2015 al 31,6% del 2025; tra le ragazze nello stesso periodo si è passati dal 9,7% al 18,8%. Tra gli adolescenti dai 12 ai 17 anni, invece, il consumo non ha subito variazioni rilevanti nell’arco del decennio: il 7,2% dei ragazzi e il 4,6% delle ragazze ha dichiarato di aver consumato cannabis negli ultimi dodici mesi.

Il confronto con il passato su questo punto va però letto con cautela: la parziale legalizzazione del cannabis con l’entrata in vigore del Konsumcannabisgesetz (KCanG) nel 2024 rende difficile un confronto lineare nel lungo periodo per le droghe illegali nel complesso.

Prevenzione e informazione: le risorse disponibili

Il dottor Johannes Nießen, direttore facente funzione del BIÖG, ha ricordato che la maggioranza dei giovani non fa uso di droghe illegali, ma ha sottolineato la necessità di intervenire precocemente. Il BIÖG gestisce a tale scopo il portale gratuito drugcom.de, consultato da quasi sei milioni di persone nel corso dell’ultimo anno, con particolare interesse per i contenuti su cocaina e anfetamine.

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Fonti: Comunicato stampa BIÖG del 24 giugno 2026; Drogenaffinitätsstudie 2025, scheda dati; rapporto cannabis BIÖG settembre 2025

Televisione pubblica: Germania e Italia a confronto

La televisione pubblica rimane uno dei pilastri dell’informazione democratica in Europa, ma i modelli con cui viene gestita, finanziata e protetta dall’influenza politica variano notevolmente da paese a paese. Il confronto tra il sistema tedesco e quello italiano è particolarmente istruttivo, perché rivela due filosofie profondamente diverse su cosa debba essere il servizio pubblico radiotelevisivo — e su chi, in ultima istanza, lo debba controllare.

Struttura e organizzazione

Il sistema tedesco poggia su due grandi emittenti: ARD e ZDF. L’ARD, nata nel 1950, è una cooperativa di nove emittenti regionali autonome che insieme producono il canale nazionale Das Erste e un’ampia rete di canali tematici (tra cui Phoenix, KiKA e 3sat). Le emittenti regionali sono la vera spina dorsale del sistema e gestiscono 55 stazioni radiofoniche, 16 orchestre e 8 cori. La ZDF, fondata nel 1963 con sede a Magonza, è invece un canale nazionale unificato, senza affiliate regionali.

Questa struttura decentralizzata è il riflesso diretto dell’organizzazione federale della Germania: ogni Land ha la propria legge sui media, e i 16 Länder governano collettivamente il sistema attraverso accordi interstatali (Staatsverträge).

La RAI presenta un’architettura opposta. Fondata nel 1954 e centralizzata a Roma, gestisce tre canali generalisti (Rai 1, Rai 2, Rai 3) più una serie di canali tematici e la piattaforma RaiPlay. Pur avendo sedi regionali che producono contenuti locali, le decisioni editoriali e strategiche restano concentrate al vertice. La programmazione è prevalentemente nazionale.

Sul fronte radiofonico la RAI dispone di dodici canali — tre generalisti e nove specializzati — oltre a RaiPlay Sound, piattaforma digitale con streaming, podcast e contenuti crossmediali. Sul fronte musicale, dispone invece di una sola orchestra, Un divario che riflette differenze strutturali profonde nella concezione e nel finanziamento del servizio pubblico culturale tra Italia e Germania.

Finanziamento: il nodo irrisolto

È sul fronte del finanziamento che emergono le differenze più significative.

In Germania, il sistema si regge sul Rundfunkbeitrag, il canone radiotelevisivo obbligatorio pagato da ogni nucleo familiare, impresa o organizzazione, indipendentemente dal possesso di un televisore. Si tratta di un contributo sull’abitazione, non sul mezzo di ricezione, il che rende l’evasione quasi impossibile. L’importo attuale è di 18,36 euro al mese (220,32 euro annui), generando complessivamente circa 8,7 miliardi di euro all’anno, con cui vengono finanziati 22 canali televisivi, 67 radiofonici e numerose piattaforme digitali.

Questo sistema, tuttavia, attraversa una fase di forte tensione istituzionale. La commissione indipendente KEF (incaricata di determinare i bisogni finanziari del sistema) aveva raccomandato nel febbraio 2024 un aumento del canone a 18,94 euro mensili a partire dal 2025. I governatori dei Länder, tuttavia, hanno deciso di bloccare l’aumento almeno fino al 2027, chiedendo alle emittenti di tagliare i costi prima di ricevere più risorse. ARD e ZDF hanno risposto con un ricorso al Bundesverfassungsgericht (la Corte costituzionale federale), che ha fissato un’udienza prevista per giugno del 2026. Nel frattempo, la KEF ha rivisto al ribasso le sue stesse stime: nel rapporto di inizio 2026 ha proposto un aumento più contenuto, a 18,64 euro, da applicarsi però solo a partire da gennaio 2027, rendendo di fatto meno urgente la decisione della Corte.

Il dibattito tedesco sul canone non è solo finanziario: tocca questioni di principio sulla libertà dei media. Una sentenza del Bundesverwaltungsgericht di ottobre del 2025 ha aperto uno spiraglio inedito, stabilendo che il canone potrebbe essere incostituzionale se il programma complessivo del servizio pubblico risultasse, nel lungo periodo, non equilibrato — spostando il dibattito dal finanziamento alla qualità editoriale.

In Italia, il quadro è assai più semplice, almeno in termini di importi. Il canone RAI 2026 è fissato a 90 euro annui (invariato rispetto al 2025, dopo la temporanea riduzione a 70 euro nel 2024), addebitato automaticamente nella bolletta dell’energia elettrica in dieci rate mensili da 9 euro. Il meccanismo, introdotto nel 2016 proprio per ridurre l’evasione fiscale, ha funzionato nel suo scopo, ma il livello del canone resta più di due volte inferiore a quello tedesco. La RAI compensa la differenza con una quota significativa di ricavi pubblicitari, che la espone alle logiche del mercato e, indirettamente, alle pressioni degli inserzionisti.

Governance e indipendenza: il nodo politico

La questione dell’indipendenza politica è quella in cui il divario tra i due sistemi appare più netto.

In Germania, le emittenti pubbliche godono di una protezione costituzionale esplicita, fondata sulla Rundfunkfreiheit (libertà radiotelevisiva) garantita dall’articolo 5 della Legge fondamentale. I consigli di vigilanza includono rappresentanti della società civile, delle confessioni religiose, delle associazioni e dei sindacati, con una presenza politica minoritaria. Una riforma approvata nel 2016 — a seguito di una sentenza della Corte costituzionale — ha ulteriormente ridotto i rappresentanti di nomina politica nel consiglio della ZDF da 34 su 77 a 20 su 60, rafforzando la componente civile.

In Italia, la governance della RAI è al centro di un lungo dibattito che nel 2025-2026 ha conosciuto una svolta importante. Il governo ha presentato in Senato, a luglio 2025, un disegno di legge di riforma organica della RAI, spinto dalla necessità di adeguarsi all’European Media Freedom Act (EMFA), il regolamento europeo entrato in vigore nel 2025 che impone standard più stringenti di indipendenza dei media in tutti gli Stati membri, pena l’avvio di procedure d’infrazione.

La proposta di riforma prevede che i sette componenti del CDA siano nominati esclusivamente dal Parlamento (tre dalla Camera, tre dal Senato, uno dai dipendenti), eliminando il ruolo diretto del governo — che attualmente nomina due consiglieri tramite il Ministero dell’Economia. Un cambiamento significativo, ma che ha già sollevato critiche: spostare il controllo dal governo al Parlamento non elimina la logica lottizzatoria, osservano i critici, se le nomine avvengono comunque con logiche di maggioranza politica.

La sfida comune: il digitale

Al di là delle differenze strutturali, Germania e Italia condividono la stessa sfida esistenziale: come mantenere la rilevanza e la sostenibilità finanziaria del servizio pubblico in un ecosistema mediatico dominato da piattaforme globali come Netflix, YouTube e le grandi tech company.

ARD e ZDF hanno investito significativamente nelle piattaforme digitali e negli archivi on-demand, con la riforma del dicembre 2025 che ha previsto la riduzione di canali lineari a favore di un’offerta sempre più digitale. La RAI ha sviluppato RaiPlay, che ha conosciuto una crescita significativa negli ultimi anni, ma la trasformazione digitale procede più lentamente rispetto alle omologhe nordeuropee.

Il punto critico, per entrambe, è che le piattaforme streaming non pagano canoni nazionali ma erodono sistematicamente i ricavi pubblicitari e l’attenzione del pubblico. In questo contesto, il sistema tedesco — con le sue risorse più abbondanti e la sua indipendenza più consolidata — sembra meglio posizionato per reggere l’urto. Quello italiano, più dipendente dalla pubblicità e più esposto alle oscillazioni politiche, affronta la transizione digitale con strumenti più fragili.

Conclusioni

Il confronto tra televisione pubblica tedesca e italiana rivela due visioni diverse del servizio pubblico: la Germania ha costruito nel tempo un sistema robusto, decentrato, con finanziamento stabile e protezioni legali solide, anche se oggi sotto pressione per il blocco dell’aumento del canone; l’Italia ha un sistema più centralizzato, finanziariamente più debole e storicamente più permeabile all’influenza politica, che la spinta europea dell’EMFA sta ora obbligando a riformare.

L’Italia resta indietro: pochi laureati e troppe disuguaglianze tra i giovani. Un confronto con la Germania

Nel nostro Paese, i giovani tra i 20 e i 34 anni sono 9 milioni e 101mila. Di questi, il 17,5% ha al più la licenza media, il 57,5% possiede un diploma e solo il 25,1% una laurea. In altre parole, appena un giovane su quattro completa un percorso universitario. Un dato che pesa ancora di più se confrontato con la media europea, superiore di 11,3 punti percentuali.

Il confronto con la Germania: un divario netto

La Figura 1 del report Istat mostra chiaramente il divario Italia-Germania. Mentre in Italia solo il 25,1% dei giovani 20-34enni è laureato, in Germania la percentuale raggiunge il 36,4% — un vantaggio di oltre 11 punti percentuali.

Per quanto riguarda i maschi, il dato italiano è del 23,2% contro il 33,1% tedesco. Per le femmine, l’Italia registra il 26,9% contro il 40,0% della Germania. Interessante notare che in Germania le donne sono nettamente più istruite degli uomini (+6,9 punti), mentre in Italia il divario è meno marcato (+3,7 punti).

CategoriaItaliaGermaniaDifferenza
Totale 20-34enni laureati25,1%36,4%-11,3%
Maschi laureati23,2%33,1%-9,9%
Femmine laureate26,9%40,0%-13,1%
Max licenza media17,5%10,2%+7,3%
Diploma57,5%42,2%+15,3%

Fonte: Istat, Giovani e mercato del lavoro – Anno 2024, Figura 1

Il tasso di occupazione dei 20-34enni usciti dai percorsi di istruzione è pari al 70,2% in Italia, ma con forti differenze per titolo di studio: 56,2% per chi ha al più un titolo secondario inferiore, 71,1% tra i diplomati e 82,2% tra i laureati. La disoccupazione tra i laureati scende al 7,2%, contro il 17,1% dei meno istruiti.

Perché molti giovani italiani non continuano gli studi

Uno degli aspetti più critici riguarda la scelta di non proseguire gli studi dopo il diploma. Nel 2024 il 60,7% dei giovani con un diploma che consente l’accesso a un corso terziario non ha mai intrapreso percorsi di studio di livello più elevato. Il motivo prevalente è la volontà di iniziare a lavorare, dichiarato da oltre sei diplomati su 10.

A differenza della media europea, dove l’abbandono degli studi è spesso legato a difficoltà accademiche o alla mancanza di interesse (49,8% delle interruzioni), in Italia sono più frequenti le interruzioni dovute al desiderio di lavorare (24,5% contro 12,1% nell’UE) e alle ragioni familiari o personali (24,3% contro 15,2%).

Laurearsi conviene, ma nel Mezzogiorno non basta

Il report conferma una verità che gli economisti ripetono da anni: laurearsi aiuta a trovare lavoro. Il tasso di occupazione dei laureati 20-34enni è dell’82,2%, contro il 56,2% dei meno istruiti. La disoccupazione crolla al 7,2% per i laureati (contro il 17,1% dei meno istruiti).

Il quadro, però, si complica quando si guarda alle differenze territoriali. Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione dei 20-34enni è fermo al 54,0%, contro il 74,9% del Centro e l’81,4% del Nord. Anche tra i laureati le distanze si riducono ma rimangono importanti: nel Mezzogiorno il tasso di occupazione dei laureati è pari al 70,7% (82,3% nel Centro e 88,7% nel Nord).

Le donne: più istruite ma più penalizzate

Facendo una distinzione di genere tra i giovani di 20–34 anni, il tasso di occupazione è 77,4% per gli uomini e 61,9% per le donne: in totale, gli uomini sono occupati in misura superiore di 15,5 punti percentuali.

Tuttavia, questo divario non è uguale per tutti i livelli di istruzione. Al crescere del titolo di studio, la differenza tra uomini e donne diminuisce molto:

  • Per chi ha titoli di studio bassi (es. licenza media o meno), il divario occupazionale di genere è di 34,1 punti (gli uomini sono molto più occupati delle donne).
  • Per chi ha un titolo terziario (laurea o superiore), il divario si riduce a soli 4,1 punti.

In pratica: laurearsi rende il mercato del lavoro più equo tra uomini e donne, anche se le donne restano comunque leggermente più penalizzate.

Perché la Germania fa meglio? Guardando al modello tedesco

Per molti italiani all’estero — e in particolare per chi vive in Germania questo scenario appare ancora più evidente. Il sistema tedesco vanta diversi elementi chiave:

  • Sistema duale: l’integrazione tra formazione scolastica e esperienza lavorativa rende il percorso più accessibile e concreto
  • Sostegno economico agli studenti: BAföG (sussidi), prestiti e agevolazioni riducono i costi dell’università
  • Collegamento università-mondo del lavoro: le aziende collaborano attivamente con gli atenei
  • Welfare più robusto: i fattori familiari pesano meno sulle scelte educative (solo 15,2% delle interruzioni in UE per motivi familiari contro 24,3% in Italia)

In Italia, la transizione dalla scuola/università al mondo del lavoro è più lenta rispetto all’Europa. Tra i laureati, il divario Italia-UE27 nel tasso di occupazione passa da 10,6 punti (74,2% e 84,9%) per i laureati da non più di 3 anni a soli 2,4 punti (87,4% e 89,8%) per chi si è laureato oltre 3 anni.

Investire sui giovani significa investire nell’Italia

Il rischio, per l’Italia, è quello di rimanere intrappolata in un circolo vizioso: pochi laureati, meno innovazione, crescita economica più lenta e nuove generazioni sempre più spinte a cercare altrove le proprie opportunità.

Il report Istat del 26 maggio 2026 fotografa un Paese con una quota di laureati ancora distante dalla media europea e dal modello tedesco. Invertire questa tendenza richiederà interventi concreti, non solo sul sistema educativo, ma anche sul mercato del lavoro e sulle politiche sociali.

Perché oggi più che mai, investire nella formazione dei giovani significa investire nel futuro del Paese.

Dibattito sull’aborto in Germania: diritti e riforme necessarie

Ancora oggi, nel 2026, la Germania è uno dei paesi europei in cui l’aborto è formalmente un reato. Il §218 del Codice penale, introdotto nel 1871, vieta l’interruzione volontaria di gravidanza e prevede pene fino a tre anni per chi la pratica; per la donna incinta la pena massima è fino a un anno o una multa, con attenuazioni specifiche.
Eppure, ogni anno vengono eseguiti oltre 106.000 aborti, quasi tutti nelle prime 12 settimane e senza conseguenze penali.

Come può una pratica così diffusa rimanere tecnicamente criminalizzata? E perché, nonostante una larga maggioranza dell’opinione pubblica sia favorevole alla depenalizzazione, la legge non cambia?

Il paradosso tedesco: illegale ma non punibile

Il sistema tedesco è uno dei più peculiari in Europa. L’aborto è illegale, ma non punibile se vengono rispettate quattro condizioni previste dal § 218a:

CondizioneRequisito
TemporaleEntro 12 settimane dal concepimento (≈ 14ª settimana di gravidanza)
RichiestaLa donna deve richiederlo personalmente
ConsulenzaColloquio obbligatorio in un consultorio riconosciuto
AttesaAlmeno 3 giorni tra consulenza e procedura

Esistono inoltre due eccezioni:

  • Indicazione medica (senza limiti di tempo)
  • Indicazione criminologica (stupro, entro 12 settimane dal concepimento)

Nonostante questo compromesso, l’aborto resta formalmente un reato. I procedimenti penali sono rarissimi: pochissimi casi vengono indagati e ancor meno arrivano a condanna.

Ostacoli all’accesso

1. Consulenza obbligatoria e attesa di 3 giorni

La consulenza è un passaggio obbligatorio e certificato. Molti consultori adottano un approccio non ostile, ma la procedura resta percepita come un’ingerenza nella decisione della donna.
Il periodo di attesa di 3 giorni può aggravare situazioni già delicate, soprattutto per chi vive lontano dai centri urbani.

La Commissione governativa per l’autodeterminazione riproduttiva (2024) ha raccomandato di eliminare l’obbligo e sostituirlo con un diritto alla consulenza volontaria.

2. Costi elevati e non coperti

A differenza dell’Italia, dove l’IVG è gratuita nel SSN, in Germania l’aborto “su richiesta” costa 300–700 € e non è coperto dall’assicurazione sanitaria obbligatoria, salvo per:

  • donne con reddito basso (soglia intorno a 1.400 € netti mensili),
  • casi di stupro,
  • indicazione medica.

La consulenza è gratuita, ma la procedura no.

3. Carenza di medici e strutture

Dal 2003 il numero di strutture e medici che praticano aborti è diminuito drasticamente. Solo i medici possono eseguire l’intervento (non le ostetriche, come in Francia o Italia).
Nelle zone rurali trovare una clinica può richiedere decine di chilometri di spostamento.

4. Disparità regionali

L’accesso varia molto tra i Länder:

ZonaAccesso
Berlino, AmburgoAmpia disponibilità
Baviera, Baden-WürttembergOfferta limitata
Germania meridionaleDistanze anche di 80–100 km

Il finanziamento dei consultori dipende dai Länder, rendendo l’accesso vulnerabile a scelte politiche locali.

Una legge obsoleta

Il §218 risale al 1871. Dopo la divisione della Germania:

  • la DDR legalizzò l’aborto entro 12 settimane negli anni ’70,
  • la RFT mantenne il reato.

Nel 1992 il Bundestag approvò una legge più liberale, ma nel 1993 la Corte costituzionale la dichiarò incostituzionale per “insufficiente tutela del nascituro”. Da qui nasce l’attuale compromesso: reato, ma non punibile entro certi limiti.

Nel 2022 è stato abolito il § 219a, che vietava ai medici di fornire informazioni sui servizi di aborto. La norma, spesso descritta come “nazista”, affonda in realtà le sue radici in un dibattito già presente durante la Repubblica di Weimar: la versione vigente al momento dell’abrogazione risaliva agli anni ’70, sotto un governo socialdemocratico.

Il dibattito politico attuale

Le forze favorevoli alla depenalizzazione

  • SPD e Verdi: mozione nel 2024 per legalizzare l’aborto entro 12 settimane. il 15 novembre 2024 hanno presentato una mozione per legalizzare l’aborto entro 12 settimane, con l’obiettivo di approvarla prima delle elezioni federali del febbraio 2025. La proposta è tuttavia naufragata l’11 febbraio 2025 in Commissione giuridica del Bundestag, senza mai arrivare al voto del plenum.
  • 26 organizzazioni civiche: proposta di abrogazione totale del §218 (ottobre 2024).
  • Commissione governativa 2024: raccomanda depenalizzazione entro 12 settimane e un nuovo regime dopo la 22ª.
  • Opinione pubblica: vari sondaggi indicano che circa tre quarti dei tedeschi sostengono una liberalizzazione.

Le proposte includono:

  • legalizzazione entro 12 settimane,
  • abolizione di consulenza obbligatoria e attesa,
  • aborto come prestazione medica ordinaria,
  • copertura assicurativa universale,
  • responsabilità penale solo per chi pratica aborti coercitivi o pericolosi.

Le forze contrarie

  • CDU/CSU: contrarie alla depenalizzazione; minacciano ricorso alla Corte costituzionale. A seguito delle elezioni federali del 23 febbraio 2025, la CDU/CSU guida il nuovo governo, rendendo oggi ancora più improbabile una riforma a breve termine.
  • AfD: posizioni fortemente restrittive.
  • Chiesa cattolica: opposizione netta.

Le critiche internazionali

Nel 2023 il Comitato ONU CEDAW ha criticato la Germania per:

  • consulenza obbligatoria e attesa di 3 giorni,
  • ostacoli che colpiscono solo le donne,
  • mancata copertura assicurativa,
  • limitazioni all’autonomia riproduttiva.

Il Comitato ONU per i Diritti Umani ha raccomandato di eliminare le sanzioni penali per chi richiede l’aborto.

Perché la depenalizzazione è urgente?

1. Diritti riproduttivi sotto pressione

Con l’ascesa dell’AfD in diversi Länder, basterebbe ridurre i finanziamenti ai consultori per rendere l’accesso quasi impossibile: senza consulenza, l’aborto resta illegale.

2. La criminalizzazione non riduce gli aborti

Nel 2023 si sono registrati circa 106.000 aborti, il numero più alto da oltre un decennio.
La Germania ha comunque tassi bassi: 5,6 aborti ogni 1000 donne (Francia 14,1; Italia 5,0).

3. Incoerenza con i diritti fondamentali

L’attuale sistema attribuisce al nascituro una tutela ampia, ma scarica sulla donna l’onere di garantirla, anche quando la gravidanza è per lei inaccettabile.

4. Una possibile soluzione

La giurista Liane Wörner propone di:

  • spostare l’aborto fuori dal diritto penale,
  • mantenere la protezione del nascituro con strumenti non penali (prevenzione, sostegno sociale),
  • punire solo aborti coercitivi o pericolosi,
  • creare un sistema realmente accessibile e rispettoso dell’autonomia.

Il confronto con l’Italia

Italia (Legge 194/1978):

  • aborto legale e gratuito nel SSN
  • consulenza facoltativa
  • nessun periodo di attesa
  • pillola abortiva anche nei consultori.

Germania:

  • aborto tecnicamente illegale,
  • costi a carico della donna,
  • consulenza obbligatoria + 3 giorni,
  • solo medici possono eseguire l’intervento.

Conclusione: un bivio storico

La Germania ha oggi l’occasione di riformare una normativa ottocentesca e allinearsi agli standard internazionali sui diritti umani. Il fallimento della proposta di depenalizzazione nel febbraio 2025 e l’insediamento di un governo a guida CDU/CSU rendono questo obiettivo più lontano nel breve periodo, ma non cancellano l’urgenza politica e sociale della riforma.

Depenalizzare significherebbe:

  • Garantire accesso sicuro e uniforme
  • Rafforzare l’autodeterminazione
  • Ridurre stigma e disuguaglianze
  • Proteggere la salute riproduttiva
  • Mantenere la tutela del nascituro con strumenti non penali

Come ricorda Liane Wörner, depenalizzare non significa rinunciare alla protezione della vita, ma spostarla dal diritto penale alla salute pubblica.


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