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Dibattito sull’aborto in Germania: diritti e riforme necessarie

Ancora oggi, nel 2026, la Germania è uno dei paesi europei in cui l’aborto è formalmente un reato. Il §218 del Codice penale, introdotto nel 1871, vieta l’interruzione volontaria di gravidanza e prevede pene fino a tre anni per chi la pratica; per la donna incinta la pena massima è fino a un anno o una multa, con attenuazioni specifiche.
Eppure, ogni anno vengono eseguiti oltre 106.000 aborti, quasi tutti nelle prime 12 settimane e senza conseguenze penali.

Come può una pratica così diffusa rimanere tecnicamente criminalizzata? E perché, nonostante una larga maggioranza dell’opinione pubblica sia favorevole alla depenalizzazione, la legge non cambia?

Il paradosso tedesco: illegale ma non punibile

Il sistema tedesco è uno dei più peculiari in Europa. L’aborto è illegale, ma non punibile se vengono rispettate quattro condizioni previste dal § 218a:

CondizioneRequisito
TemporaleEntro 12 settimane dal concepimento (≈ 14ª settimana di gravidanza)
RichiestaLa donna deve richiederlo personalmente
ConsulenzaColloquio obbligatorio in un consultorio riconosciuto
AttesaAlmeno 3 giorni tra consulenza e procedura

Esistono inoltre due eccezioni:

  • Indicazione medica (senza limiti di tempo)
  • Indicazione criminologica (stupro, entro 12 settimane dal concepimento)

Nonostante questo compromesso, l’aborto resta formalmente un reato. I procedimenti penali sono rarissimi: pochissimi casi vengono indagati e ancor meno arrivano a condanna.

Ostacoli all’accesso

1. Consulenza obbligatoria e attesa di 3 giorni

La consulenza è un passaggio obbligatorio e certificato. Molti consultori adottano un approccio non ostile, ma la procedura resta percepita come un’ingerenza nella decisione della donna.
Il periodo di attesa di 3 giorni può aggravare situazioni già delicate, soprattutto per chi vive lontano dai centri urbani.

La Commissione governativa per l’autodeterminazione riproduttiva (2024) ha raccomandato di eliminare l’obbligo e sostituirlo con un diritto alla consulenza volontaria.

2. Costi elevati e non coperti

A differenza dell’Italia, dove l’IVG è gratuita nel SSN, in Germania l’aborto “su richiesta” costa 300–700 € e non è coperto dall’assicurazione sanitaria obbligatoria, salvo per:

  • donne con reddito basso (soglia intorno a 1.400 € netti mensili),
  • casi di stupro,
  • indicazione medica.

La consulenza è gratuita, ma la procedura no.

3. Carenza di medici e strutture

Dal 2003 il numero di strutture e medici che praticano aborti è diminuito drasticamente. Solo i medici possono eseguire l’intervento (non le ostetriche, come in Francia o Italia).
Nelle zone rurali trovare una clinica può richiedere decine di chilometri di spostamento.

4. Disparità regionali

L’accesso varia molto tra i Länder:

ZonaAccesso
Berlino, AmburgoAmpia disponibilità
Baviera, Baden-WürttembergOfferta limitata
Germania meridionaleDistanze anche di 80–100 km

Il finanziamento dei consultori dipende dai Länder, rendendo l’accesso vulnerabile a scelte politiche locali.

Una legge obsoleta

Il §218 risale al 1871. Dopo la divisione della Germania:

  • la DDR legalizzò l’aborto entro 12 settimane negli anni ’70,
  • la RFT mantenne il reato.

Nel 1992 il Bundestag approvò una legge più liberale, ma nel 1993 la Corte costituzionale la dichiarò incostituzionale per “insufficiente tutela del nascituro”. Da qui nasce l’attuale compromesso: reato, ma non punibile entro certi limiti.

Nel 2022 è stato abolito il § 219a, che vietava ai medici di fornire informazioni sui servizi di aborto. La norma, spesso descritta come “nazista”, affonda in realtà le sue radici in un dibattito già presente durante la Repubblica di Weimar: la versione vigente al momento dell’abrogazione risaliva agli anni ’70, sotto un governo socialdemocratico.

Il dibattito politico attuale

Le forze favorevoli alla depenalizzazione

  • SPD e Verdi: mozione nel 2024 per legalizzare l’aborto entro 12 settimane. il 15 novembre 2024 hanno presentato una mozione per legalizzare l’aborto entro 12 settimane, con l’obiettivo di approvarla prima delle elezioni federali del febbraio 2025. La proposta è tuttavia naufragata l’11 febbraio 2025 in Commissione giuridica del Bundestag, senza mai arrivare al voto del plenum.
  • 26 organizzazioni civiche: proposta di abrogazione totale del §218 (ottobre 2024).
  • Commissione governativa 2024: raccomanda depenalizzazione entro 12 settimane e un nuovo regime dopo la 22ª.
  • Opinione pubblica: vari sondaggi indicano che circa tre quarti dei tedeschi sostengono una liberalizzazione.

Le proposte includono:

  • legalizzazione entro 12 settimane,
  • abolizione di consulenza obbligatoria e attesa,
  • aborto come prestazione medica ordinaria,
  • copertura assicurativa universale,
  • responsabilità penale solo per chi pratica aborti coercitivi o pericolosi.

Le forze contrarie

  • CDU/CSU: contrarie alla depenalizzazione; minacciano ricorso alla Corte costituzionale. A seguito delle elezioni federali del 23 febbraio 2025, la CDU/CSU guida il nuovo governo, rendendo oggi ancora più improbabile una riforma a breve termine.
  • AfD: posizioni fortemente restrittive.
  • Chiesa cattolica: opposizione netta.

Le critiche internazionali

Nel 2023 il Comitato ONU CEDAW ha criticato la Germania per:

  • consulenza obbligatoria e attesa di 3 giorni,
  • ostacoli che colpiscono solo le donne,
  • mancata copertura assicurativa,
  • limitazioni all’autonomia riproduttiva.

Il Comitato ONU per i Diritti Umani ha raccomandato di eliminare le sanzioni penali per chi richiede l’aborto.

Perché la depenalizzazione è urgente?

1. Diritti riproduttivi sotto pressione

Con l’ascesa dell’AfD in diversi Länder, basterebbe ridurre i finanziamenti ai consultori per rendere l’accesso quasi impossibile: senza consulenza, l’aborto resta illegale.

2. La criminalizzazione non riduce gli aborti

Nel 2023 si sono registrati circa 106.000 aborti, il numero più alto da oltre un decennio.
La Germania ha comunque tassi bassi: 5,6 aborti ogni 1000 donne (Francia 14,1; Italia 5,0).

3. Incoerenza con i diritti fondamentali

L’attuale sistema attribuisce al nascituro una tutela ampia, ma scarica sulla donna l’onere di garantirla, anche quando la gravidanza è per lei inaccettabile.

4. Una possibile soluzione

La giurista Liane Wörner propone di:

  • spostare l’aborto fuori dal diritto penale,
  • mantenere la protezione del nascituro con strumenti non penali (prevenzione, sostegno sociale),
  • punire solo aborti coercitivi o pericolosi,
  • creare un sistema realmente accessibile e rispettoso dell’autonomia.

Il confronto con l’Italia

Italia (Legge 194/1978):

  • aborto legale e gratuito nel SSN
  • consulenza facoltativa
  • nessun periodo di attesa
  • pillola abortiva anche nei consultori.

Germania:

  • aborto tecnicamente illegale,
  • costi a carico della donna,
  • consulenza obbligatoria + 3 giorni,
  • solo medici possono eseguire l’intervento.

Conclusione: un bivio storico

La Germania ha oggi l’occasione di riformare una normativa ottocentesca e allinearsi agli standard internazionali sui diritti umani. Il fallimento della proposta di depenalizzazione nel febbraio 2025 e l’insediamento di un governo a guida CDU/CSU rendono questo obiettivo più lontano nel breve periodo, ma non cancellano l’urgenza politica e sociale della riforma.

Depenalizzare significherebbe:

  • Garantire accesso sicuro e uniforme
  • Rafforzare l’autodeterminazione
  • Ridurre stigma e disuguaglianze
  • Proteggere la salute riproduttiva
  • Mantenere la tutela del nascituro con strumenti non penali

Come ricorda Liane Wörner, depenalizzare non significa rinunciare alla protezione della vita, ma spostarla dal diritto penale alla salute pubblica.


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“Come stai, Italia?” – Un paese pieno di contraddizioni

Nel podcast Aus Politik und Zeitgeschichte, il giornalista Sebastian Heinrich traccia un bilancio impietoso e appassionato dell’Italia di Meloni: un paese che vive al di sotto delle sue possibilità, ma che non smette di stupire.


Nell’episodio 30 del podcast Aus Politik und Zeitgeschichte (APuZ) della Bundeszentrale für politische Bildung, trasmesso il 6 novembre 2024, la giornalista Sarah Zerback intervista Sebastian Heinrich – corrispondente dell’agenzia AFP, autore del libro e podcast Kurz gesagt Italien – sulla situazione attuale dell’Italia a due anni dall’insediamento del governo Meloni. Il titolo scelto per la puntata è eloquente: Come stai, Italia?

Heinrich si presenta come osservatore critico ma affettuoso del paese: convinto che l’Italia viva cronicamente al di sotto del suo potenziale, eppure affascinato dalla sua straordinaria resilienza. Un punto di vista che emerge con chiarezza nel corso di una conversazione lunga, densa e per nulla scontata.

Meloni: europeista per convinzione o per opportunismo?

Heinrich riconosce che, sul piano della politica estera, il governo Meloni si è dimostrato sorprendentemente allineato al mainstream europeo. La posizione sull’Ucraina, il rapporto costruttivo con Bruxelles, il sostegno esplicito di Ursula von der Leyen: tutto questo contrasta con i timori iniziali e, soprattutto, con l’esecutivo Lega-Cinque Stelle del 2018-2019, che Heinrich definisce molto più antieuropeista e populista nel tono e nei comportamenti.

Detto questo, il giornalista pone una domanda che, ammette, nessuno in Italia sa ancora rispondere: quanta parte di questo europeismo è autentica convinzione, e quanta è puro opportunismo? Meloni è cresciuta politicamente nella scena neofascista romana, una cultura con una tradizione lunga e violenta. Se si sia davvero trasformata in una democratica convinta e atlantista, o se stia semplicemente recitando una parte, resta una questione aperta. Heinrich suggerisce di giudicarla dai fatti – e finora, sul fronte europeo, i fatti parlano a suo favore.

Sul piano interno, invece, il quadro è più ambiguo.

Migrazione: la grande ipocrisia

Il tema migratorio è al centro del dibattito politico italiano da anni, ben prima di Meloni. E Heinrich non risparmia critiche a nessuno. La linea ufficiale di Roma è sempre stata la stessa: l’Europa ci lascia soli, siamo sopraffatti. Ma la realtà, spiega Heinrich, è un segreto di Pulcinella: l’Italia lascia passare i migranti verso nord – Austria, Germania, Francia – senza applicare davvero le norme europee. Una pratica consolidata, trasversale ai governi.

A ciò si aggiunge il capitolo libico: gli accordi stipulati con le milizie libiche – definite da Heinrich, senza mezzi termini, bande – per bloccare le partenze hanno prodotto violazioni dei diritti umani sistematiche, tollerate e in parte finanziate dall’Italia e da altri Stati UE. Questo, sottolinea, è stato fatto anche da governi di centrosinistra.

Il modello Albania – centri di accoglienza extraterritoriali gestiti dalle autorità italiane – è, secondo Heinrich, almeno una novità trasparente: avviene sotto responsabilità italiana, davanti agli occhi di tutti. Che funzioni è tutt’altra questione: i tribunali lo hanno bloccato. E Meloni ha risposto con il classico copione della destra italiana da trent’anni: la colpa è dei giudici, nemici della politica, tutti comunisti. Una retorica collaudata da Berlusconi, che ancora oggi funziona su una parte dell’elettorato.

Salari e povertà: il paradosso italiano

Uno dei dati più eloquenti che Heinrich cita nel podcast riguarda i salari: l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea in cui, negli ultimi trent’anni, le retribuzioni reali sono diminuite. Non ristagnate – diminuite. Un primato negativo che spiega molto della frustrazione diffusa nel paese.

Nonostante un tasso di occupazione record nel 2024 – con progressi anche per le donne – la povertà ha raggiunto nuovi massimi: un italiano su dieci vive in condizioni di povertà. Il lavoro c’è, ma non basta a garantire una vita dignitosa. Le cause sono strutturali: un tessuto produttivo basato su piccole e medie imprese con scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, un persistente divario Nord-Sud, e una produttività stagnante. L’abolizione del reddito di cittadinanza, osserva Heinrich, non sembra aver aggravato significativamente la situazione – ma non l’ha certo migliorata.

Il risultato è un esodo silenzioso: giovani talenti che lasciano il paese, attratti da stipendi e condizioni di lavoro incomparabilmente migliori nel resto d’Europa.

Il disincanto politico e l’astensionismo

L’Italia è sempre stata un paese con alta partecipazione elettorale. Non più. Alle elezioni europee del giugno 2024, per la prima volta in una consultazione nazionale, meno della metà degli italiani si è recata alle urne. Un crollo che Heinrich definisce drammatico.

La spiegazione che offre è semplice quanto amara: la politica italiana parla di sé stessa. I grandi temi strutturali – la siccità devastante in Sicilia e Sardegna, dove alcuni comuni hanno acqua solo per poche ore al giorno; la crisi salariale; il dissesto idrogeologico nell’Emilia-Romagna – restano sullo sfondo, mentre il dibattito pubblico si consuma in polemiche interne: chi ha litigato con chi, chi ha perso il posto al ministero, quali equilibri si sono rotti dentro Fratelli d’Italia.

I cittadini lo percepiscono. E si allontanano.

La riforma costituzionale: il “premierato”

Meloni ha definito la riforma che vuole introdurre la madre di tutte le riforme: l’elezione diretta del presidente del Consiglio, il cosiddetto premierato. Un’idea che in Italia circola dagli anni Novanta, da quando lo scandalo Tangentopoli fece implodere l’intero sistema partitico della Prima Repubblica.

Heinrich è scettico. Non la considera un pericolo per la democrazia – semplicemente perché ritiene che non funzionerà. E il paradosso, nota con una punta di ironia, è che è proprio il governo Meloni a dimostrare che il sistema attuale può produrre stabilità: l’esecutivo è sulla buona strada per diventare il primo governo della storia repubblicana a completare un’intera legislatura.

Ciò che servirebbe davvero, secondo Heinrich, è una riforma della legge elettorale: più trasparente, più comprensibile, capace di restituire ai cittadini la percezione reale di chi stanno eleggendo.

Cultura: offensiva, ma non silenziamento

Il governo ha adottato una politica culturale aggressiva, all’insegna della narrazione secondo cui la sinistra avrebbe dominato la scena culturale italiana per decenni. Artisti, intellettuali e figure critiche vengono progressivamente esclusi da istituzioni e progetti con finanziamento pubblico. L’assenza di Roberto Saviano dalla delegazione ufficiale alla Fiera del Libro di Francoforte – dove l’Italia era ospite d’onore – è diventata un simbolo di questa tendenza.

Eppure, chiarisce Heinrich, l’Italia resta una democrazia liberale con un pluralismo mediatico vivace. Anche nella RAI, dove molti vertici sono stati sostituiti, continuano a emergere inchieste scomode per il governo. Un confronto con l’Ungheria di Orbán, per ora, non regge.

“Ach, Italien” – ma non solo come sospiro

Il podcast si chiude con una nota inaspettatamente ottimista. Heinrich ricorda la resilienza italiana: nei momenti di crisi, il paese sa mobilitarsi con una forza sorprendente. Gli Angeli del Fango – i volontari che si organizzano spontaneamente dopo le alluvioni, come quelle recenti in Emilia-Romagna – ne sono un esempio vivo.

E poi c’è Napoli. Una città che il mondo intero considerava caotica e pericolosa, e che oggi è una delle metropoli più vitali e creative d’Europa: musica, serie televisive, cultura popolare. Per Heinrich, è la metafora perfetta di un paese che ha risorse enormi e che troppo spesso non riesce a valorizzarle.

“L’Italia vive sempre al di sotto delle sue possibilità”, conclude. Non perché le forze manchino – ma perché la politica, troppo spesso, non fa la sua parte.


Questo articolo è basato sull’episodio 30 del podcast Aus Politik und Zeitgeschichte (APuZ), pubblicato il 6 novembre 2024. L’episodio è disponibile su www.bpb.de/apuz-podcast. Condotto da Sarah Zerback, con il giornalista Sebastian Heinrich.

Novità sull’indennità parentale: cosa cambia in Germania?

La Germania si prepara a un nuovo confronto sull’Elterngeld (indennità parentale) nel quadro del bilancio 2027. Secondo la stampa tedesca, il ministero della Famiglia dovrebbe trovare centinaia di milioni di euro di risparmi, e una parte rilevante potrebbe arrivare proprio dalla revisione della prestazione parentale.

Va però chiarito che alcune modifiche sono già in vigore e altre sono solo allo studio. Tra le misure già applicate c’è l’abbassamento della soglia di reddito a 175.000 euro per alcune famiglie e la restrizione del cumulo simultaneo del beneficio da parte di entrambi i genitori.

Le ipotesi più drastiche — come un taglio della percentuale mensile, una riduzione della durata complessiva o nuovi obblighi più rigidi per i padri — non risultano invece approvate come legge. Al momento vanno presentate come scenari di riforma, non come fatti già decisi.

All’origine del dibattito c’è la crisi demografica: le nascite in Germania sono in forte calo e molti chiedono più sostegno alle famiglie.

Stato attuale delle modifiche già in vigore

Soglia di reddito a 175.000 €

La riduzione della soglia di reddito è confermata, ma con una precisazione temporale importante:

  • Per nascite dal 1° aprile 2024: soglia a 200.000 €.
  • Per nascite dal 1° aprile 2025: soglia a 175.000 €.

Dunque la soglia di 175.000 € è già legge, ma entra in vigore solo per i nati dal 1° aprile 2025.

Restrizione del cumulo simultaneo

Confermato: dal 1° aprile 2024 il paralleler Bezug (uso simultaneo del Basiselterngeld da parte di entrambi i genitori) è limitato a:

  • 1 solo mese,
  • entro i primi 12 mesi di vita del bambino,
  • con eccezioni per gemelli, prematuri, disabilità.

Questa misura è già in vigore.

Misure allo studio, NON approvate

Taglio della percentuale mensile

Nessuna fonte governativa o normativa indica un taglio delle percentuali (65–67%). Le discussioni sui media riguardano ipotesi di risparmio, non testi di legge.

Riduzione della durata complessiva

Non risulta alcuna proposta formalizzata né un disegno di legge. Le durate attuali (fino a 14 mesi complessivi) restano valide.

Obblighi più rigidi per i padri

Anche qui: nessuna misura approvata. Il dibattito riguarda possibili incentivi o obblighi per aumentare la quota paterna, ma non esistono testi normativi.

Tutte queste ipotesi vanno presentate come scenari di riforma, non come decisioni.

Per una panoramica ufficiale sulle prestazioni familiari in Germania puoi consultare il Familienportal del governo federale, che raccoglie le informazioni istituzionali sui sostegni alle famiglie.

La Germania reagisce all’aumento dei prezzi dell’energia: taglio temporaneo alla tassa sui carburanti e bonus ai lavoratori

Il governo federale tedesco ha annunciato una serie di misure urgenti per fronteggiare il continuo aumento dei prezzi dell’energia. Tra le novità principali figura la riduzione dell’imposta sull’energia di 17 centesimi al litro, valida per due mesi, volta a offrire un sollievo immediato ai cittadini che devono affrontare costi sempre più elevati alla pompa.

Parallelamente, le imprese potranno erogare ai propri dipendenti un premio fino a 1.000 euro, completamente esente da tasse e contributi, come forma di compensazione per il caro vita e per i maggiori oneri energetici.

Con queste misure, Berlino intende alleggerire la pressione sui cittadini e sulle imprese, mentre continua a cercare soluzioni sostenibili per garantire la stabilità del mercato energetico nel medio periodo.

La Germania rallenta nella corsa al clima

La Germania ha raggiunto formalmente il suo obiettivo climatico per il 2025, ma il risultato è tutt’altro che motivo di celebrazione. Secondo i nuovi dati dell’Agenzia federale per l’ambiente (UBA), le emissioni di gas serra sono diminuite solo dello 0,1% rispetto all’anno precedente, attestandosi a 648,9 milioni di tonnellate. Il calo è dovuto soprattutto al rallentamento economico, non a una svolta ecologica: l’industria ha emesso quasi il 4% in meno, ma perché ha prodotto di meno, non perché abbia innovato i propri processi.

Anche altri settori non offrono segnali positivi. Nel comparto energetico la riduzione delle emissioni si è fermata, in parte per un anno povero di vento; mentre nel settore edilizio e nei trasporti le emissioni sono addirittura aumentate.

Le prospettive per il futuro restano preoccupanti. Per il 2030 la Germania dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 65% rispetto ai livelli del 1990, ma le proiezioni indicano un taglio effettivo solo del 62,6%, con un deficit di circa 30 milioni di tonnellate di CO₂. E guardando oltre, gli obiettivi per il 2040 e il 2045 – l’anno in cui il Paese dovrebbe raggiungere la neutralità climatica – sembrano sempre più lontani.

Le organizzazioni ambientaliste, come Fridays for Future, criticano duramente il governo, accusandolo di aver raggiunto il traguardo del 2025 “per caso” e di non avere una strategia credibile per il futuro. Entro fine marzo, Schneider dovrà presentare un nuovo programma di protezione del clima che indichi come colmare le lacune attuali. Resta da vedere se dalle parole seguiranno finalmente i fatti.