Il 1° settembre del 1895 Berlino inaugurò la sfarzosa Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche (nel parlato semplicemente Gedächtniskirche ovvero Chiesa della memoria) su quello che oggi è la piazza Breitscheidplatz. Costruita in memoria di Guglielmo I durante il regno del nipote Guglielmo II, la chiesa fu progettata dall’architetto Franz Schwechten in stile neoromanico.
Bombardamenti e rinascita
Gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1943, la torre in rovina fu conservata come memoriale, mentre tra il 1959 e il 1963 sorsero accanto una nuova chiesa, un campanile e una cappella in forme moderne.
Simbolo di Berlino
Oggi la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche è uno dei simboli più riconoscibili di Berlino, che evoca insieme il passato imperiale della città e le distruzioni della guerra.
Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026 a Tokyo, all’età di 97 anni; la notizia è stata resa pubblica solo oggi, il 27 agosto, dal museo e dalla fondazione che portano il suo nome. La sua scomparsa chiude la vita di una delle artiste più influenti del Novecento e del contemporaneo, nota per i pois, le zucche scultoree e le celebri Infinity Mirror Rooms, stanze di specchi che moltiplicano all’infinito luci e oggetti.
Una scoperta “indiretta”, attraverso Rachel Goswell degli Slowdive
Come capita a volte, il mio primo approccio consapevole a Kusama non è avvenuto davanti a un’opera, ma attraverso una voce: quella di Rachel Goswell, cantante degli Slowdive. In un’intervista, Goswell ha citato Kusama tra i suoi artisti preferiti, descrivendola come una figura capace di trasformare ossessioni personali in un linguaggio visivo universale. È stato quel nome, lanciato lì, quasi per caso, a spingermi a cercare di più: biografie, immagini, video delle installazioni. E a capire che dietro i pois c’era una storia di allucinazioni, disciplina ferrea e una ricerca ostinata sull’infinito e sull’io.
Il primo spazio al chiuso in pandemia: il Gropius Bau, maggio 2021
Nel maggio 2021, in piena pandemia, il primissimo luogo al chiuso che ho visitato è stato il Gropius Bau di Berlino per «Yayoi Kusama. Eine Retrospektive», la sua unica retrospettiva completa in Germania. Entrare in quella mostra, dopo mesi di restrizioni e schermi, è stato un’esperienza indimenticabile: le sale alternavano dipinti densi di reti e puntini, sculture di zucche monumentali e, soprattutto, le Infinity Mirror Rooms, dove il visitatore si trova sospeso in uno spazio che sembra non avere fine.
Ricordo in particolare la sensazione di smarrimento e di pace insieme: camminare in una stanza di specchi con piccole luci che si riflettono all’infinito ha reso molto concreto ciò che Kusama ripeteva da decenni, cioè che l’arte può essere un modo per “dissolversi” nell’universo e, paradossalmente, ritrovarsi. Uscire dal Gropius Bau, dopo mesi di chiusure, è stato come riappropriarsi non solo di uno spazio culturale, ma di una dimensione emotiva che la pandemia aveva compresso.
Chi era Yayoi Kusama
Nata nel 1929 in Giappone, Kusama si è formata in un contesto conservatore, per poi trasferirsi a New York negli anni Sessanta, dove ha partecipato attivamente alla scena delle performance, dell’happening e della Pop Art. Rientrata in Giappone alla fine degli anni Settanta, ha scelto di vivere per lungo tempo in una clinica psichiatrica di Tokyo, il Seiwa Hospital, continuando però a lavorare senza sosta fino agli ultimi giorni.
Il suo linguaggio è riconoscibile a colpo d’occhio:
Pois e pattern ripetuti, derivati dalle sue allucinazioni infantili, trasformate in un sistema visivo coerente
Zucche scultoree, diventate un suo vero e proprio “autoritratto” simbolico.
Infinity Mirror Rooms, installazioni immersive che giocano con specchi, luci e acqua per creare spazi infiniti.
Nonostante il successo planetario dagli anni Novanta in poi, il suo rapporto con il Giappone è stato complesso: celebrata all’estero prima che in patria, Kusama è diventata negli ultimi decenni un’icona globale, collaborando anche con brand come Louis Vuitton e portando le sue opere nei musei di tutto il mondo.
Un’eredità che resta
Il comunicato del suo museo sottolinea che Kusama “ha continuato a dipingere fino agli ultimi giorni”, mantenendo ferma la convinzione che “l’amore possa salvare il mondo”. La sua morte, avvenuta il 14 agosto e annunciata solo oggi, ha generato tributi in tutto il mondo, dalla stampa internazionale ai social network, dove milioni di persone hanno condiviso foto nelle sue installazioni.
Per me, Kusama resterà legata a due momenti precisi: la scoperta “indiretta” tramite Rachel Goswell degli Slowdive (una tra le mie band preferite), e quella visita al Gropius Bau nel maggio 2021, quando la sua mostra è stata la prima occasione per tornare a vivere uno spazio culturale al chiuso dopo mesi di isolamento. In quel percorso tra pois, specchi e luci, c’era non solo la sua idea di infinito, ma anche un modo per rimettere in moto, dopo la pandemia, il desiderio di uscire, vedere, sentire.
Un libro colto ed emotivamente denso, che intreccia la memoria dei roghi nazisti con l’attualità dei conflitti contemporanei, e che restituisce dignità e voce a cinque scrittori italiani quasi dimenticati dalla storia letteraria ufficiale. Consigliato a chi ama la saggistica narrativa e ha un legame, anche solo affettivo, con Berlino.
Bebelplatz
C’è una piazza a Berlino che sembra ancora trattenere l’odore di benzina e cenere di novant’anni fa. È Bebelplatz, dove nella notte del 10 maggio 1933 gli studenti tedeschi diedero alle fiamme oltre 25.000 libri. Da questa piazza, oggi segnata dal monumento sotterraneo di Micha Ullman, la Empty Library fatta solo di silenzio e di vuoto, parte il libro.
Con Bebelplatz. La notte dei libri bruciati (Sellerio editore Palermo, 2024), Fabio Stassi costruisce un libro al centro del quale non c’è solo l’episodio del rogo dei libri a Berlino, ma la domanda più ampia su cosa significhi davvero difendere la cultura quando il potere vuole ridurla al silenzio.
Non è un saggio storico in senso stretto, né un semplice diario di viaggio. Stassi, in tour tra gli istituti italiani di cultura di Amburgo, Colonia, Stoccarda e Monaco, attraversa le città tedesche che furono teatro dei roghi di libri e lascia che il presente si insinui continuamente nel racconto: la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, la sensazione condivisa che il mondo, dalla pandemia in poi, sia “di nuovo uscito fuori dai cardini”. Il libro procede per accostamenti, quasi per corrispondenze, tra Cervantes e Canetti, tra Ovidio esiliato e Arendt, tra la biblioteca murata di Don Chisciotte e le liste di proscrizione naziste. È un metodo che richiede al lettore un minimo di pazienza, ma che restituisce una scrittura densa, mai didascalica.
Il cuore del libro è la ricostruzione di cinque scrittori italiani i cui libri finirono tra quelli destinati al rogo dei nazisti: Pietro Aretino, il “cantore della libertà rinascimentale”, già censurato tre secoli prima della sua epoca; Giuseppe Antonio Borgese, siciliano, “cittadino del mondo” ed esule negli Stati Uniti; Emilio Salgari, letto e amato in Sudamerica più che in patria; Ignazio Silone, la cui opposizione al fascismo lo rese bersaglio su due fronti; e Maria Assunta Giulia Volpi, l’unica donna della lista, voce libera sul piacere e sull’indipendenza femminile, oggi quasi dimenticata. Stassi non si limita a elencarli: ne racconta le biografie minori, le lettere, gli esili, restituendo un piccolo atlante della letteratura che il regime bollò come “dannosa e indesiderata”.
La nota introduttiva di Alberto Manguel inquadra bene il senso del progetto: la storia della distruzione dei libri non è un’eccezione della barbarie, ma una costante che attraversa ogni epoca e ogni cultura, da Alessandria alle biblioteche cinesi del terzo secolo avanti Cristo, fino alle distruzioni contemporanee. Ed è forse questo l’aspetto più utile del libro di Stassi, al di là del valore documentario: non racconta il rogo del 1933 come un unicum da ricordare con orrore compassato, ma come un anello di una catena che non si è mai davvero interrotta, e che oggi si ripresenta sotto altre forme, meno spettacolari ma non meno reali.
Va detto che la struttura a cinque parti, con continui rimandi tra passato e presente, tra cronaca di viaggio e digressione erudita, richiede al lettore di accettare un ritmo non lineare: chi cerca un racconto storico compatto potrebbe trovare la costruzione dispersiva. È invece un libro che premia chi accetta di seguire l’autore nelle sue associazioni, spesso illuminanti, a volte più libere.
Per chi vive a Berlino o per chi la visita e attraversa quotidianamente piazze come questa senza fermarsi a pensare a cosa custodiscono, Bebelplatz è anche un invito molto concreto: la prossima volta che si passa di lì, vale la pena fermarsi un momento sopra l’oblò di vetro che dà sulla biblioteca vuota, e ricordare che tra quei ventimila volumi bruciati c’erano anche pagine scritte in italiano.
La scrittura di Stassi è colta ma leggibile, grave senza essere pomposa, capace di alternare tono saggistico e tensione narrativa. Il risultato è un testo che si legge con rapidità ma resta a lungo nella mente, proprio perché non si esaurisce nel racconto di un episodio storico: diventa una meditazione sulla censura, sulla memoria e sulla responsabilità di custodire le parole. In un’epoca in cui il rumore spesso prende il posto della riflessione, questo libro ricorda con fermezza che difendere i libri significa difendere la possibilità stessa di pensare.
Il 26 settembre alle ore 18:00, italianiaberlino.net e Mondolibro hanno il piacere di presentare il libro Identità e Integrazione in Europa in presenza dell’autore Riccardo Barracu (ISKRA, 2025).
Il libro
Partendo dal tema dell’identità e dell’integrazione, il saggio analizza le tensioni che attraversano il progetto europeo, evidenziandone le ambivalenze storiche, culturali e politiche. Nel contesto della Germania, snodo centrale dell’Europa contemporanea, l’autore intreccia prospettive sociali e politiche per interrogare concetti come cittadinanza, appartenenza e coesione.
Le fratture generate da spinte identitarie, richiami nazionali e dinamiche migratorie vengono lette come segni di una crisi strutturale, non contingente. L’Europa emerge così non come un’unità da compiere, ma come uno spazio politico aperto, segnato da pluralità e conflitto.
Cos’è oggi l’Europa? Tra identità e integrazione, questo saggio offre una chiave di lettura chiara e critica per comprendere un progetto in continua trasformazione.
L’autore
Riccardo Barracu è un regista e ricercatore universitario italiano nell’ambito letterario e artistico, che da molti anni vive e lavora a Berlino. Si è formato a Bologna in semiotica e drammaturgia, discipline che hanno costituito le basi del suo approccio teorico e artistico.
La sua crescita professionale si è arricchita attraverso esperienze internazionali, tra cui la collaborazione con Judith Malina del Living Theatre a New York e un percorso di approfondimento con Peter Wear alla Sorbona di Parigi.
La sua attività ha avuto origine nel teatro, per poi estendersi al cinema, mantenendo come costante oggetto di indagine l’identità umana, lo spazio e i processi di trasformazione individuale e collettiva.
A Berlino ha sviluppato la propria ricerca anche in ambito accademico, avviando una riflessione più ampia su temi legati alla storia contemporanea e alla geopolitica, sfociata in un primo progetto di scrittura saggistica.
Il suo contributo a questo volume nasce da un interesse maturato spontaneamente, ma con crescente rigore, nei confronti del tema dell’identità e dell’integrazione, che oggi più che mai interroga trasversalmente culture, individui e appartenenze.
Dove?
La presentazione si terrà 26 settembre alle ore 18:00 presso la libreria Mondolibro Torstr. 159, 10115 Berlino.
La Giornata dei monumenti aperti si svolge dal 1993 in tutta la Germania nell’ambito delle Giornate europee del patrimonio culturale. Ogni anno, la seconda domenica di settembre – a Berlino anche il sabato precedente –, i proprietari dei monumenti e i volontari appassionati di beni culturali aprono le porte di monumenti architettonici, archeologici e paesaggistici solitamente non accessibili al pubblico.
La Giornata dei monumenti aperti è l’evento più grande e popolare dedicato alla tutela dei monumenti. A Berlino i visitatori possono di norma scegliere gratuitamente tra quasi 1.000 proposte in tutti i distretti. Il weekend dei monumenti è quindi il più grande progetto culturale organizzato collettivamente a Berlino.
Quest’anno la Giornata dei monumenti aperti ha come motto «Reti: Monumenti e infrastrutture» e si terrà il 12 e 13 settembre a Berlino. Il programma sarà pubblicato il 1° agosto 2026.