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Carne rossa e diabete: un nuovo studio conferma quello che sappiamo già da anni

Un nuovo studio pubblicato sul British Journal of Nutrition aggiunge un altro tassello, pesante, al quadro che la ricerca scientifica disegna ormai da tempo sul consumo di carne rossa. I ricercatori hanno analizzato i dati di 34.737 adulti statunitensi raccolti nell’ambito del NHANES (National Health and Nutrition Examination Survey) tra il 2003 e il 2016, e il risultato non lascia molto spazio all’ambiguità: chi consuma più carne rossa, trasformata o non trasformata, ha probabilità significativamente più alte di sviluppare diabete rispetto a chi ne consuma meno.

I numeri

Dopo aver corretto i dati per i principali (età, stile di vita, condizione socioeconomica, altre abitudini alimentari), chi si trovava nel quintile più alto di consumo di carne rossa totale aveva una probabilità di diabete superiore del 49% rispetto a chi si trovava nel quintile più basso. Per la carne rossa trasformata, salumi e insaccati in testa, l’aumento era del 47%. Anche la carne rossa non trasformata, quella che spesso consideriamo “più sana”, mostrava comunque un aumento del 24%. In tutti e tre i casi la tendenza era statisticamente solida, con valori di significatività molto bassi.

Ma lo studio non si limita a fotografare il problema: propone anche una via d’uscita. Sostituire anche una sola porzione al giorno di carne rossa con proteine vegetali, legumi, semi, frutta secca, soia, è associato a una riduzione del 9-14% del rischio di diabete. Un piccolo cambiamento quotidiano, un beneficio misurabile.

Non è un caso isolato

Chi segue la letteratura scientifica sa che questo studio non arriva dal nulla. Si inserisce in un filone di ricerca ormai vasto e coerente che lega il consumo di carne rossa, soprattutto quella trasformata, a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, di alcuni tumori e di mortalità precoce. Va detto con onestà che si tratta di uno studio osservazionale trasversale: mostra un’associazione, non dimostra da solo un rapporto di causa diretto. Ma quando la stessa associazione emerge in decine di studi indipendenti, condotti su popolazioni diverse, con metodologie diverse, il quadro diventa difficile da ignorare.

Il prezzo che paghiamo noi e il pianeta

Se la salute umana fosse l’unico problema, sarebbe già abbastanza. Ma il consumo di carne rossa su scala industriale ha un costo che va ben oltre il nostro girovita e la nostra glicemia. L’allevamento intensivo è tra le principali fonti di emissioni di gas serra a livello globale, consuma quantità enormi di acqua e di terreno, spesso strappato a foreste e habitat naturali, e contribuisce in modo diretto alla perdita di biodiversità. Ogni bistecca porta con sé un’impronta ambientale che nessuna etichetta racconta davvero.

E poi c’è la questione, troppo spesso rimossa, degli animali stessi. Miliardi di esseri senzienti vivono (meglio dire sopravvivono) e muoiono ogni anno negli allevamenti intensivi in condizioni che, se applicate a un cane o un gatto, susciterebbero un’indignazione collettiva. Il fatto che la specie coinvolta sia diversa non rende la sofferenza meno reale. Proprio questa distinzione che viene fatta ormai ha un nome ovvero specismo.

Cosa possiamo fare, da Berlino

Se non si riesce a “rinunaciare” da un giorno all’altro alla carne, possiamo almeno ridurre gradualmente il suo consumo sostituendola con legumi, cereali integrali, frutta secca e proteine vegetali; è un gesto concreto, alla portata di tutti, che unisce beneficio personale, responsabilità ambientale e rispetto per gli animali. Berlino, tra l’altro, è una delle città europee più ricche di alternative vegetali e sostenibili: mercati biologici, negozi, supermercati vegani, nonché numerosissimi e ottimi ristoranti. Le occasioni per iniziare non mancano.

Inoltre, per gli italofoni vegani e vegetariani a Berlino abbiamo creato anche un gruppo WhatsApp ad hoc col qule ci proponiamo di fare networking tra noi vegani. Speriamo quindi di vedervi presto.

Le alternative vegetali ora più economiche dei prodotti animali: il sorpasso registrato da ProVeg in Germania

Le alternative vegetali conquistano i supermercati tedeschi: per la prima volta costano meno dei prodotti di origine animale. ProVeg ha registrato un calo medio dei prezzi del 5%, segno di un cambiamento concreto nelle abitudini alimentari e nei trend di mercato.

Per molto tempo i sostituti vegetali sono stati considerati una nicchia costosa negli scaffali dei supermercati. Ma questa tendenza si è invertita: secondo un’indagine dell’organizzazione alimentare ProVeg, le alternative vegetali sono ormai in media più economiche del 5 % rispetto ai corrispondenti prodotti di origine animale.

Solo l’anno scorso i prezzi di würstel, affettati, formaggi o bevande vegetali a base di avena e soia risultavano ancora superiori di circa il 16 %. Nell’agosto 2025, ProVeg ha confrontato i prezzi di 12 categorie di prodotti in oltre 100 punti vendita in Germania. Il risultato sorprendente: in quasi tutte le categorie esaminate, i prodotti vegetali sono risultati più economici rispetto all’anno precedente, contrariamente all’andamento generale dei prezzi alimentari.

Il calo è stato particolarmente evidente nella fascia di prezzo più bassa. Würstel, cotolette e bevande a base di avena o soia di origine vegetale costavano in media meno delle corrispondenti versioni animali. Secondo ProVeg, ciò dimostra che le alternative vegetali stanno ormai conquistando il mercato di massa e diventano più competitive grazie all’aumento della domanda e a una produzione più ampia.

L’organizzazione considera questo sviluppo un passo importante verso un’alimentazione più sostenibile. Prezzi più bassi potrebbero ridurre le barriere per i consumatori e facilitare il passaggio a prodotti vegetali, con effetti positivi sia per i consumatori che per l’ambiente.

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La crisi dei macellai in Germania: un mestiere tradizionale a un bivio

L’antico mestiere dei macellai in Germania sta attraversando una crisi profonda. Per la prima volta, il numero di aziende artigianali di macelleria è sceso sotto la soglia delle 10.000, con soli 9.872 esercizi attivi nel corso dell’ultimo anno, registrando un calo del 2,94% rispetto all’anno precedente. Questa tendenza riflette le numerose sfide che le macellerie tradizionali devono affrontare oggi.

Mancanza di giovani apprendisti

Uno dei problemi principali del settore è la grave carenza di giovani apprendisti. Il numero di tirocinanti nel mestiere della macelleria in Germania è crollato drasticamente: dai 9.537 del 2000 ai soli 2.309 nel 2023. Secondo le stime dell’Istituto Federale per la Formazione Professionale (BIBB), il 40% dei posti di formazione offerti dai macellai è rimasto vacante lo scorso anno.

Concorrenza e pressione sui costi

La concorrenza dei supermercati e dei discount mette in difficoltà le macellerie tradizionali. Philipp Burkhardt, un giovane mastro macellaio di Mannheim, afferma: “Ovviamente non possiamo competere sui prezzi.” Inoltre, l’apertura o la gestione di una macelleria artigianale richiede investimenti significativi, che secondo Martin Fuchs dell’Associazione Tedesca dei Macellai possono facilmente raggiungere cifre nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro.

Cambiamenti nei consumi

La crescente sensibilità della popolazione verso il benessere animale, la sostenibilità ambientale e l’alimentazione sana sta ulteriormente danneggiando il mestiere tradizionale dei macellai. Secondo un sondaggio del Ministero Federale per l’Alimentazione e l’Agricoltura, nel 2023 circa il 44% dei tedeschi ha ridotto consapevolmente il consumo di carne.

Chiusure, consolidamento e approcci innovativi

Molte attività storiche sono costrette a chiudere i battenti. A Neu-Ulm, ad esempio, la macelleria Geydan-Gnamm, l’ultima macelleria artigianale del centro città che ancora praticava la macellazione autonoma, ha cessato l’attività. Le ragioni vanno dalle conseguenze della pandemia di Covid-19 all’esplosione dei costi fino ai crescenti oneri burocratici.

Alcune attività stanno cercando soluzioni creative per sopravvivere. Joachim Lederer, presidente regionale dell’associazione dei macellai del Baden-Württemberg, ha assunto sei giovani uomini e donne provenienti dall’India come apprendisti. Altre macellerie stanno adottando modelli ibridi offrendo, oltre alla carne tradizionale, anche alternative vegetali come salsicce a base di proteine vegetali.

Prospettive future

Il futuro del mestiere dei macellai in Germania rimane incerto. Mentre molte attività lottano per sopravvivere, alcuni esperti temono che solo le grandi aziende riusciranno a resistere. “Non credo che le macellerie sopravvivranno nella forma attuale. Resteranno solo grandi gruppi come Tönnies e Westfleisch”, avverte un macellaio.

Per contrastare questa tendenza, alcune macellerie stanno cercando strade innovative, come nel caso della Landfleischerei Opfer in Assia. Qui si punta su un mix tra negozio tradizionale, shop online, gastronomia gourmet e camioncini mobili per la vendita.

Se e come le macellerie riusciranno a superare queste sfide sarà una questione che solo il tempo potrà risolvere.

Meno carne per i tedeschi

Il governo tedesco chiede ai suoi cittadini di dimezzare il consumo di carne

Per raggiungere gli ambiziosi obiettivi climatici fissati a livello internazionale i tedeschi devono prepararsi a grandi cambiamenti. Questo è ciò che emerge dalla bozza di progetto per la salvaguardia del clima (Klimaschutzplan 2050). Il documento, redatto dal Ministero dell’Ambiente, consiste di 67 nelle quali sono elencate tutta una serie di misure che dovranno essere attuate dal governo federale nei prossimi decenni affinché il riscaldamento globale si contenga sotto i due gradi.

Le implicazioni più concrete degli obiettivi di protezione del clima ricadono sulle abitudini alimentari. Infatti, secondo la bozza, l’agricoltura dovrà ridurre il numero degli animali da reddito e soprattutto dei ruminanti come le mucche, in quanto grandi produttrici di uno dei più dannosi dei gas serra, ovvero il metano. I tedeschi sono chiamati, quindi, a ridurre di almeno la metà il loro consumo di carne secondo le indicazioni già fornite dalla Associazione Tedesca per la Nutrizione (Deutsche Gesellschaft für Ernährung). In parole povere, il consumo dovrebbe ridursi dagli attuali 1,2 kg a una media di 600 grammi a settimana per persona.