Dopo quattro anni di attesa, i The Cure sono tornati a Berlino con tre concerti consecutivi alla Parkbühne Wuhlheide. Esserci stato il 10 e il 12 luglio – saltando l’11 – mi ha permesso di vedere due facce molto simili della stessa band, mentre la data centrale, l’11, a quanto raccontano cronache e fan, è stata quella più “vecchio stile”, con una setlist più cupa e vicina alla trilogia dark.

Una location perfetta per i The Cure
La Wuhlheide, con il suo anfiteatro all’aperto e la pineta tutt’intorno, è una location perfetta per The Cure: abbastanza grande da dare senso di evento, ma non dispersiva come uno stadio. La vegetazione, il cielo che si scuriva lentamente e la luce che filtrava tra gli alberi nei primi brani hanno creato un’atmosfera da “rito collettivo” che i The Cure sanno trasformare in narrazione sonora.
La presenza di tre date sold out ha trasformato il concerto in un piccolo fenomeno culturale berlinese: pubblico molto variegato, dai trentenni cresciuti a Disintegration ai più giovani attratti dal revival post-punk e dal mito di Robert Smith.

10 e 12 luglio: due versioni dello stesso concerto
Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da due date diverse, il 10 e il 12 luglio sono stati abbstanza simili tra loro. Stessa struttura di setlist, stessi equilibri tra malinconia e catarsi, stessa architettura emotiva.
Robert Smith appariva concentrato, la sua voce graffiata ma controllata ha guidato il pubblico attraverso un percorso che partiva da atmosfere più cupe per poi aprirsi gradualmente. La chitarra, spesso in primo piano, ha ridisegnato con delicatezza i riff di A Forest, In Between Days e Just Like Heaven.
Il momento più intenso è arrivato con la sezione centrale del concerto, dove il gruppo ha proposto alcuni dei brani più “oscuri” del suo repertorio: qui la Wuhlheide si è trasformata in una cattedrale laica, con il pubblico in silenzio quasi religioso, rapito da quel muro di suono shoegaze ante litteram che i Cure hanno inventato ben prima che il genere avesse un nome.

La chiusura è stata più luminosa, con qualche classico “da inno” che ha sciolto la tensione e ha fatto esplodere il pubblico in un applauso lungo e sentito. Uscendo dal parco, si aveva la netta sensazione di aver assistito a una lezione di come si costruisce un’emozione dal vivo: senza trucchi, senza spettacolarizzazione fine a se stessa, solo musica, luce e parole misurate.
La sera del 12 luglio ha confermato questa impressione: stesso gruppo in forma, stesso Robert Smith carismatico, stessa capacità di tenere incollato il pubblico senza bisogno di urla o gesti teatrali.

Cosa resta di queste due sere
Ci sono concerti che si ascoltano e concerti che si “abitano”. Questi due alla Wuhlheide appartengono alla seconda categoria: non sono stati solo un’esecuzione di brani, ma un’esperienza collettiva fatta di attesa, memoria e presenza.
Aver visto il 10 e il 12, e non l’11, significa aver assistito alla versione più “equilibrata” del ritorno dei Cure: meno cupa, ma comunque intensa. E sapere che l’11 è stata la sera più dark aggiunge un livello di fascino a questa triade di concerti: come se la band avesse voluto offrire due date per il grande pubblico e una per i puristi.
Due serate indimenticabili.
