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Comites: una rappresentanza nata nel 1985 per un’Italia che non c’è più

Tra pochi mesi gli italiani iscritti all’AIRE torneranno alle urne per rinnovare i Comites, i Comitati degli Italiani all’Estero. Lo Stato ha messo a bilancio 14 milioni di euro solo per organizzare questa tornata elettorale. È un buon momento per chiedersi, con franchezza, a cosa serva oggi questo organismo e a chi parli davvero.

1985: una rappresentanza pensata per un’altra emigrazione

I Comites nascono con la legge 8 maggio 1985, n. 205, “Istituzione dei comitati dell’emigrazione italiana”. Il nome originario dice già molto: non comitati “degli italiani all’estero”, ma comitati “dell’emigrazione”. Un’espressione che fotografa un’epoca precisa, quella dei lavoratori partiti negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta verso le miniere del Belgio, le fabbriche della Germania, i cantieri della Svizzera. Persone che avevano bisogno di un’interfaccia con il Consolato per pratiche anagrafiche, assistenza sociale, tutela sindacale, e che spesso non parlavano bene la lingua del paese ospitante.

Solo con la legge 23 ottobre 2003, n. 286 il testo viene aggiornato e i Comites diventano “organi di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico consolari”. Il cambio di nome non ha però cambiato l’impianto: un organismo elettivo di 12 o 18 membri, in carica cinque anni, pensato per fare da cinghia di trasmissione tra una comunità immaginata come compatta, bisognosa di assistenza e legata da un forte senso identitario, e l’autorità consolare. Il problema è che quella comunità, oggi, è un’altra cosa.

Chi è davvero l’italiano all’estero nel 2026

I dati Istat più recenti, quelli del report “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente, anni 2024/2025” diffuso a inizio agosto 2026, raccontano una realtà molto distante da quella del 1985. Già nel 2019 si registravano circa 122 mila trasferimenti di residenza all’estero di cittadini italiani, contro i circa 40 mila del 2010. Nel 2024 gli espatri hanno toccato un picco di 141 mila, per poi scendere a 109 mila nel 2025 (-22,7%, dati provvisori), un calo dovuto anche a norme più stringenti sull’iscrizione all’AIRE e quindi non necessariamente a un’inversione del fenomeno. Il saldo migratorio dei soli italiani resta comunque negativo, seppure in miglioramento (da meno 83 mila nel 2024 a meno 53 mila nel 2025), e al 1° gennaio 2025 gli iscritti complessivi all’AIRE hanno superato i 6,4 milioni, quasi il 10% della popolazione italiana, secondo il Rapporto Italiani nel mondo 2025 della Fondazione Migrantes. Sul piano qualitativo, due emigrati su tre hanno tra i 20 e i 49 anni, e circa un terzo di chi ha almeno 25 anni possiede una laurea, quota in costante crescita soprattutto tra le donne: il profilo resta quello di una mobilità giovane e qualificata, più che di un’emigrazione di necessità nel senso classico del termine.

Non stiamo parlando, nella maggioranza dei casi, di persone che hanno bisogno di un comitato che faccia da tramite con il Consolato per la sopravvivenza quotidiana. Anche perché sfido chiunque a poter dimostrare che il Comites abbia mai lavorato in questo senso con risultati percepibili e percepiti dalla comunità degli expat. Stiamo parlando di ricercatori, professionisti digitali, lavoratori qualificati che arrivano in un paese magari già sapendo la lingua, magari già iscritti a un ordine professionale, magari già con un contratto in tasca o la possibilità concreta di trovarne uno. Persone che, semmai, chiedono assistenza per pratiche burocratiche puntuali (AIRE, passaporto, atti notarili) e che per il resto si organizzano da sole, in rete, senza passare da nessun comitato.

Come si organizza davvero la nuova mobilità italiana

Ed è qui che la retorica della rappresentanza dei Comites perde consistenza. Chi vive oggi a Berlino, Londra, Barcellona o Monaco non si è mai rivolto a un Comites per trovare casa, lavoro, una scuola per i figli o un dottore che parli italiano. Queste informazioni circolano da anni nei gruppi Facebook di connazionali, nelle community su Telegram e Discord, nelle newsletter indipendenti, nei network professionali su LinkedIn, nelle associazioni culturali nate dal basso, autofinanziate o si spera finanziate da fondi stanziati dalla Germania, Paese dove effettivamente pagano le tasse. È un ecosistema informale, nato e cresciuto senza alcuna facilitazione da parte dei Comites, spesso ignorando del tutto la loro esistenza.

Chi scrive dirige da anni una piattaforma editoriale online indipendente (senza alcuna partnership con le istituzioni) che si rivolge alla comunità italiana di Berlino: nella pratica quotidiana, il contatto reale con i connazionali passa attraverso il lavoro editoriale, la rete di community locali, i social networks. Il Comites, quando entra in scena, lo fa quasi sempre a valle: per patrocinare un evento già organizzato da altri, per rivendicare una visibilità istituzionale su iniziative nate senza il suo contributo o magari per dare visibilità istituzionale a certe “organizzazioni” che spesso sono vere e proprie società commerciali. Non è un’eccezione berlinese: è lo schema che si ripete in gran parte delle grandi città europee dove la nuova mobilità italiana si è concentrata.

La finzione della rappresentatività

Il punto più delicato è proprio questo: la rappresentatività. I Comites vengono eletti da chi decide di votare, e l’affluenza a queste consultazioni è storicamente bassissima, spesso su base volontaria di registrazione preventiva nelle liste elettorali, un doppio filtro che restringe ulteriormente la platea reale dei votanti rispetto al totale degli iscritti AIRE. Il risultato è che pochi eleggono pochi, e chi viene eletto rivendica di “rappresentare” comunità di decine o centinaia di migliaia di persone che, nella grande maggioranza, non sanno nemmeno che l’organismo esista, né tantomeno che si sia tenuto un voto.

Sopra i Comites siede il CGIE, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, composto da 63 consiglieri, di cui 43 eletti dall’estero e 20 di nomina governativa. Un secondo livello di rappresentanza che moltiplica la distanza tra chi decide e chi dovrebbe essere rappresentato, aggiungendo un ulteriore strato di intermediazione politica sopra una base elettorale già esile.

Integrare o dis-integrare?

I Comites, per legge, dovrebbero anche “favorire l’inserimento” dei connazionali nel paese di residenza. Ma chi ha seguito da vicino le assemblee, letto i bilanci preventivi e consuntivi che ogni comitato deve presentare al MAECI entro fine ottobre, e i rendiconti certificati dai collegi dei revisori, spesso ricava un’impressione opposta a quella dichiarata negli statuti. Buona parte dell’energia organizzativa sembra andare nella richiesta e nella gestione di fondi pubblici, contributi ministeriali per il funzionamento ordinario, finanziamenti integrativi su progetti specifici, piuttosto che in un lavoro reale di integrazione. Il rischio, per chi osserva da fuori, è che questi organismi finiscano per ritagliare piccole rendite di posizione attorno a un’idea di “italianità” novecentesca, la stessa di sagre, gemellaggi e memoria dell’emigrazione storica, che parla sempre meno alla parte più giovane e numerosa della comunità.

Non è un caso isolato o una battuta polemica: anche testate del settore, riflettendo sulla prossima tornata elettorale, hanno raccolto il giudizio di connazionali che definiscono i Comites organismi percepiti come utili soprattutto a chi già siede nei consigli, spesso presidenti o responsabili di associazioni che ricevono a loro volta i fondi distribuiti dai comitati stessi. Non è necessario condividere ogni parola di quel giudizio per riconoscere che il problema di percezione e di sostanza, esiste ed è diffuso.

Le ragioni di chi difende i Comites

Per onestà intellettuale va detto che esiste anche una posizione difensiva che merita ascolto. Ma i pochi e deboli argomenti che sostengono l’utilità dei Comites non rispondono alla domanda di fondo: un impianto normativo del 1985, corretto solo superficialmente nel 2003, può ancora dirsi rappresentativo di una comunità che nella sua parte più consistente e più giovane si è formata, si informa e si organizza secondo logiche completamente diverse da quelle per cui quell’impianto fu pensato?

Non riformare, ripensare

Il problema dei Comites non è la cattiva gestione di questo o quel comitato, che pure esiste ed è spesso denunciata dagli stessi connazionali. Il problema è concettuale, e riguarda l’idea stessa di rappresentanza su cui l’intero sistema, Comites, Intercomites, CGIE, è costruito: un’idea verticale, novecentesca, pensata per una comunità immaginata come omogenea e bisognosa di tutela, che oggi convive con una realtà orizzontale, digitale, autorganizzata, capace di rappresentarsi da sola meglio di qualsiasi organismo eletto con affluenze marginali.

Prima di continuare a stanziare milioni di euro pubblici per rinnovare urne quasi vuote, servirebbe una domanda onesta, rivolta non ai pochi che siedono nei comitati, ma alla platea molto più ampia di chi oggi vive all’estero e di quell’apparato non sa nulla, o sa e semplicemente lo ignora: di quale rappresentanza ha davvero bisogno l’Italia fuori dall’Italia, oggi, nel 2026?

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Germania e Berlino: la nuova geografia dell’emigrazione italiana

I dati più recenti mostrano con chiarezza che la Germania resta una delle principali mete per gli italiani all’estero e che Berlino, in particolare, continua a rafforzare il suo ruolo di polo di attrazione. Nel 2025 gli italiani iscritti all’AIRE in Germania risultano 849.383, mentre la circoscrizione consolare di Berlino arriva a 51.253 presenze, in crescita costante rispetto agli anni precedenti.

Un quadro in forte crescita

La serie storica della circoscrizione di Berlino mostra un aumento molto netto: da 26.786 nel 2015 a 51.253 nel 2025, quasi il doppio in dieci anni. Anche il totale della Germania sale da 743.623 nel 2015 a 904.440 nel 2025, segno di una presenza italiana sempre più stabile e distribuita sul territorio tedesco.

Berlino come caso simbolico

Berlino non rappresenta soltanto la capitale politica della Germania, ma anche uno dei principali centri della mobilità italiana contemporanea. La circoscrizione consolare berlinese comprende, oltre alla città, anche Brandeburgo, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia, quindi intercetta un’area molto più ampia della sola metropoli. Questo spiega perché il dato berlinese sia particolarmente significativo per comprendere l’evoluzione della comunità italiana nell’Est del Paese.

La Germania nel panorama globale

La Germania è il secondo Paese al mondo per numero di emigrati italiani, subito dopo l’Argentina, che nel 2025 supera quota 989.000 iscritti all’AIRE. La Germania, con 849.383 residenti italiani, si colloca comunque tra le destinazioni più importanti della diaspora italiana e conferma un legame storico e strutturale con l’emigrazione del nostro Paese.

Perché questi numeri contano

Questi dati non descrivono solo uno spostamento geografico, ma anche una trasformazione sociale e professionale. La crescita degli italiani in Germania e a Berlino riflette reti lavorative, percorsi di studio, servizi consolari, integrazione quotidiana e nuove forme di presenza transnazionale. Per chi osserva la comunità italiana all’estero, Berlino è ormai un indicatore prezioso delle dinamiche migratorie più recenti.

Mostra: Musica di strada. La comunità italiana di Prenzlauer Berg. Un viaggio nella storia della migrazione

Con la nascita del Regno d’Italia nel 1861 ebbe inizio l’epoca della Grande Emigrazione: milioni di italiane e italiani lasciarono il proprio Paese in cerca di nuove opportunità. Una delle destinazioni fu Berlino. La mostra congiunta del Museum Pankow e dello Stadtmuseum Berlin racconta questa affascinante storia di insediamento e scambio culturale, concentrandosi sul quartiere di Prenzlauer Berg.

Dopo la fondazione dell’Impero tedesco nel 1871, la capitale in crescita attirò molti lavoratori e artigiani italiani. Verso il 1900 si contavano già circa 1.300 residenti italiani, e nell’area tra Pappelallee e Schönhauser Allee nacque una vivace comunità di circa 250 persone. Con le loro competenze artigianali, contribuirono a dare forma al carattere del quartiere per decenni.

Uno dei nomi più noti legati a questa storia è quello della ditta Cocchi, Bacigalupo & Graffigna, celebre in tutto il mondo per la produzione di organetti di Barberia e strumenti musicali meccanici. Alcuni di questi straordinari pezzi — tra cui organetti, pianole e l’unico Orchestrion Fratihymnia — sono esposti in mostra, provenienti dalla collezione musicale dello Stadtmuseum Berlin.

La mostra è ospitata presso il Museum Pankow (Kultur- und Bildungszentrum Sebastian Haffner, Prenzlauer Allee 227/228, 10405 Berlino) ed è visitabile fino al 21 giugno 2026 dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18. L’ingresso è gratuito.

Da migranti a expat: Berlino Ovest degli anni ’70 e la città degli italiani di oggi

Era il 1973. Quando eravamo ancora migranti di Paola Agabiti (Abra Books Editrice, 2025) parla indirettamente a molti italiani che oggi scelgono Berlino come nuova casa, pur in un contesto completamente diverso. Il libro racconta gli anni in cui gli italiani erano ancora “migranti” e Berlino Ovest un’isola circondata dal Muro, ma le domande di fondo sono sorprendentemente attuali per chi vive oggi da expat nella capitale tedesca.

Dal 1973 alla Berlino di oggi

L’autrice parte dal 1973, “l’anno del colera a Napoli e del colpo di Stato in Cile”, per intrecciare vicende private e Storia con la S maiuscola: l’amore nato a Terracina con Alex, il trasferimento a Berlino Ovest, la militanza politica, il lavoro con le famiglie italiane emigrate. In queste pagine si ritrova un’altra Berlino, fatta di frontiere, controlli, liste di generi alimentari che “mancano a Est”, ma anche di locali aperti 24 ore su 24, concerti, cinema e una vitalità che molti italiani riconosceranno nella Berlino di oggi.​

Emigrazione italiana: ieri “migranti”, oggi expat

Uno degli aspetti più interessanti per chi legge da Berlino è lo sguardo di Agabiti sull’emigrazione italiana: mentre prepara la tesi sull’emigrazione raccogliendo “trenta storie di vita”, lavora in una cooperativa che si occupa dell’integrazione scolastica dei figli degli immigrati italiani attraverso il bilinguismo. Molte dinamiche ricordano da vicino i temi che ancora oggi discutiamo nei gruppi Facebook e nei Familienzentrum di quartiere: la scuola tedesca, la lingua, il rischio di perdere l’italiano, la fatica di sentirsi sempre “fra due mondi”.​

Berlino come “isola” e laboratorio di convivenza

Colpisce la descrizione di Berlino Ovest come “isola felice” ma anche come spazio artificiale, segnato dalla presenza costante del Muro.

“Sembrava un’isola felice: sovvenzioni per chi investiva o lavorava a Berlino Ovest; i ragazzi tedeschi che studiavano a Berlino Ovest non dovevano fare il servizio militare, obbligatorio nel resto della Germania Federale; sconti sui treni per chi voleva raggiungere Berlino Ovest.”

Per chi vive oggi a Berlino unita, abituato a muoversi liberamente fra Neukölln, Mitte e Prenzlauer Berg, è interessante rileggere la città come laboratorio di convivenza, tensioni politiche e identità multiple: un tema che continua a caratterizzare la metropoli anche nell’epoca degli expat digitali e dello smart working.​

Perché leggerlo a Berlino nel 2026

Per la comunità italiana a Berlino il libro di Agabiti è prezioso per almeno tre motivi:

  • restituisce memoria a una generazione di italiani spesso dimenticata, quella dei migranti degli anni Settanta, che hanno aperto la strada ai “nuovi italiani” arrivati con Erasmus, start up e contratti tech;​
  • ricorda che, dietro ogni trasferimento, ieri come oggi, ci sono non solo opportunità, ma anche paure, precarietà, scelte politiche e affettive;
  • invita a ripensare il nostro modo di abitare Berlino: non solo come playground di opportunità, ma come città con una storia complessa, dove le biografie italiane sono intrecciate alla memoria del Muro, della Guerra fredda, dei movimenti sociali.​

A chi arriva oggi a Berlino, questo libro restituisce sicuramente un’immagine della città meno patinata rispetto a quella odierna, ma allo stesso tempo, come oggi, sempre piena di apertura e sperimentazione, e ci aiuta anche a capire che essere “fuori posto” – fra lingue, culture, paesi – è una condizione che accomuna diverse generazioni di italiani che hanno qui costruito la propria vita.

Italiani all’estero: cresce l’esodo silenzioso mentre la politica guarda altrove

La diaspora invisibile: perché sempre più italiani scelgono di vivere all’estero

Mentre il dibattito politico resta concentrato sui flussi migratori in entrata, un altro movimento, spesso trascurato, continua a crescere in modo costante: quello degli italiani che scelgono di lasciare il Paese. Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes, presentato oggi, 11 novembre, a Roma, sono ormai circa 6,5 milioni i cittadini italiani residenti stabilmente all’estero.

Il dato, in continuo aumento, supera di oltre un milione quello degli stranieri regolarmente residenti in Italia. Un sorpasso simbolico ma significativo: mentre si discute di accoglienza e confini, l’Italia continua a perdere silenziosamente i propri talenti, giovani professionisti e famiglie che cercano all’estero opportunità di lavoro, servizi più efficienti o semplicemente migliori prospettive di vita.

Nel solo 2024, 123.376 persone si sono iscritte all’AIRE per espatrio, ben 34 mila in più rispetto all’anno precedente. L’incremento percentuale è del 38%, un livello che supera le ondate migratorie registrate negli anni più duri della pandemia e persino i picchi legati alla Brexit. Tra le destinazioni preferite restano Germania, Regno Unito, Spagna e Svizzera, seguite da Stati Uniti, Australia e paesi dell’America Latina.

Rispetto ai 53,5 milioni di residenti con cittadinanza italiana, significa che oggi quasi 12 italiani su 100 vivono oltre confine. Un dato che cala leggermente, al 10,9%, se si considera l’intera popolazione residente in Italia, inclusi gli stranieri. Tuttavia, dietro questi numeri si cela una tendenza strutturale: il saldo migratorio interno dell’Italia è sempre più negativo e coinvolge soprattutto i giovani tra i 25 e i 39 anni, molti dei quali laureati.

Dal Sud partono in molti, ma cresce anche la mobilità dalle regioni del Nord, segno che non si tratta più di una “fuga” dei soli territori periferici, bensì di una diaspora nazionale che interessa tutte le classi sociali. Non solo un fenomeno economico, ma anche culturale e identitario: chi parte spesso mantiene un legame forte con l’Italia, ma difficilmente trova motivi concreti per rientrare.

In un Paese che invecchia, il fenomeno dell’espatrio rischia di ampliare il divario generazionale e territoriale, minando la capacità del sistema produttivo di rinnovarsi. Mentre la politica continua a interrogarsi su “chi arriva”, forse è il momento di chiedersi con la stessa urgenza perché così tanti scelgono di “andare via”.

Per approfondire

Su questo tema, può risultare particolarmente utile la lettura del libro Stai fuori! Come il Belpaese spinge i giovani ad andare via di Alessandro Foti (Edizioni Dedalo). Un’analisi lucida e provocatoria che esplora le ragioni profonde dell’espatrio giovanile, tra disillusione, mancanza di prospettive e desiderio di riscatto.