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Podcast: Comites e emigrazione Italiana

Pip: Italiani a Berlino questa settimana ha molto da dire sui Comites.

Mara: Esatto. Italiani a Berlino pubblica una serie di pezzi che mettono a fuoco le elezioni Comites del 2026: chi può candidarsi, perché l’organismo viene contestato, quanto costa allo Stato e dove si concentra la comunità italiana che dovrebbe rappresentare. Cominciamo dalla rappresentanza.

Elezioni Comites 2026: candidarsi, criticare, cambiare

Pip: Il punto di partenza è semplice: nel 2026 si vota per rinnovare i Comites, i Comitati degli Italiani all’Estero, e il pezzo sulle elezioni Comites 2026 avverte subito che senza una lista alternativa a quella uscente, il voto sarebbe una formalità vuota.

Mara: La posizione è esplicita. Sul perché partecipare comunque, il testo scrive: “Al momento mi soffermo solo sulla presentazione delle liste e non su come poter partecipare al voto, poiché non consiglio di richiedere i plichi elettorali se non si forma almeno una lista alternativa a quella che presenterà sicuramente la dirigenza uscente. Sarebbero, altrimenti, delle elezioni farlocche.”

Pip: Elezioni farlocche. Il termine tecnico, insomma. E il pezzo non si ferma alla denuncia: spiega concretamente chi può candidarsi, quante firme servono, come autenticarle, cosa cambiò nel 2021 e cosa potrebbe non valere più nel 2026.

Mara: Sì, è un vero vademecum operativo. Per Berlino servono almeno 200 sottoscrittori residenti da almeno sei mesi, le firme vanno autenticate — gratuitamente in Consolato, oppure da notaio con Apostille a spese del presentatore — e la lista deve contenere tra 12 e 16 candidati. La deroga del 2021, che esonerava dall’autentica, era misura straordinaria e non è detto venga riproposta.

Mara: Un secondo pezzo va oltre la guida pratica e lancia una lista vera: si chiama “Scegli per scioglierli”, e il programma che propone punta a dimezzare i fondi richiesti rispetto ai 79.405 euro del bilancio preventivo 2026 del Comites di Berlino, a vietare candidature a chi presiede associazioni che poi ricevono fondi dal Comites, e a rendere pubblici e verificabili tutti i bilanci.

Pip: Candidarsi per smantellare dall’interno. Non è la strategia più comune, ma ha una sua logica.

Mara: Il terzo pezzo allarga la prospettiva storica. I Comites nascono nel 1985 come “comitati dell’emigrazione”, pensati per lavoratori degli anni Cinquanta e Sessanta che avevano bisogno di un’interfaccia consolare per pratiche di sopravvivenza. Nel 2026 il profilo dell’italiano all’estero è radicalmente diverso.

Mara: I dati Istat citati nel pezzo parlano chiaro: nel 2024 gli espatri hanno toccato 141.000 unità, due emigrati su tre hanno tra i 20 e i 49 anni, e circa un terzo di chi ha almeno 25 anni possiede una laurea. Non è emigrazione di necessità nel senso classico.

Pip: E chi si organizza da solo su Telegram difficilmente bussa al Comites per sapere dove trovare un medico che parla italiano.

Mara: Il pezzo lo dice esplicitamente: casa, lavoro, scuola, medico — tutto passa da gruppi Facebook, community Telegram, newsletter indipendenti. Il Comites, quando entra in scena, lo fa quasi sempre per patrocinare eventi già organizzati da altri. Un quarto contributo raccoglie le critiche documentate da altre testate: affluenza intorno al 6,5% già nel 2015, accuse di clientelismo, casi di Comites descritti come “ufficio stampa del Consolato”, e riunioni con toni definiti “intimidatori e minacciosi”.

Pip: La domanda che rimane aperta, e che il pezzo storico pone senza risposta, è se serva riformare i Comites o ripensarli da zero. Proprio sui soldi che li tengono in vita vale la pena fermarsi.

Quanto vale un Comites: i fondi pubblici nel 2025

Pip: Dietro il dibattito sulla rappresentanza ci sono numeri concreti, e un pezzo dedicato li mette in fila: nel 2025 lo Stato ha erogato ai Comites di tutto il mondo quasi 1,82 milioni di euro complessivi su due capitoli di spesa ministeriali.

Mara: Il dato berlinese è preciso: “il Comites di Berlino ha ricevuto nel 2025 finanziamenti per un totale di 23.280,00 euro”, cifra che lo colloca in una fascia intermedia rispetto alle altre sedi tedesche — sopra Wolfsburg e Norimberga, sotto Colonia e Monaco. Un secondo pezzo contestualizza questi numeri nella geografia della comunità: in Germania risiedono 849.383 italiani iscritti all’AIRE, con Berlino a 51.253, quasi il doppio rispetto al 2015.

Mara: E a questi fondi ordinari vanno aggiunti i 14 milioni stanziati per organizzare le elezioni 2026 di Comites e CGIE insieme — una cifra che il pezzo sui finanziamenti segnala separatamente, proprio perché non rientra nei costi di funzionamento ordinario.

Pip: Quattordici milioni per rinnovare urne che nel 2015 hanno visto un’affluenza mondiale del 6,5%. I numeri si commentano da soli.


Mara: La questione centrale resta aperta: un organismo pensato per un’Italia che emigrava negli anni Cinquanta può ancora rappresentare chi oggi si trasferisce a Berlino con un contratto in tasca e un gruppo Telegram già aperto sul telefono?

Pip: La risposta, per ora, è una lista che si chiama “Scegli per scioglierli”. Il che dice tutto sul livello di fiducia. La prossima puntata vedrà se qualcuno raccoglie le firme.

Gli articoli più letti degli ultimi 10 giorni

Alcuni articoli e interventi critici sui Comites, in particolare sul sistema elettorale e sulla loro efficacia rappresentativa

Critiche recenti (2024-2026)

Sistema elettorale “opt-in” ed esclusione di massa

Un articolo di marzo 2026 denuncia che il modello di voto attuale per i Comites esclude la maggioranza degli italiani all’estero iscritti all’AIRE a causa del meccanismo “opt-in”, che richiede ai cittadini di attivarsi autonomamente per registrarsi a votare, con scadenze e procedure poco note. Secondo l’autore, questo limita drasticamente la partecipazione e trasforma le elezioni in uno strumento di “democrazia che esclude la maggioranza”. (Fonte: Gazzetta Diplomatica)

Caso San Paolo: accuse di partitismo e “ufficio stampa del Consolato”

A fine 2024, alcuni consiglieri del Comites di San Paolo hanno pubblicamente criticato il presidente Alberto S. Mayer dopo un’intervista in cui sosteneva l’apartiticità dell’organo. In una nota, i consiglieri hanno parlato di “operazione ornitorinco” nelle ultime elezioni e hanno affermato che dal 2004 il Comites di San Paolo sarebbe di fatto un “ufficio stampa del Consolato Generale d’Italia”, dominato dallo stesso gruppo politico. (Fonte: Revista Insieme)

Toni intimidatori e opacità interna

Già nel 2023 erano emerse critiche su dinamiche interne poco trasparenti: un articolo del “Corriere d’Italia” denunciava toni “intimidatori e minacciosi” in alcune riunioni dei Comites, in contrasto con la norma che prevede sedute pubbliche e pubblicazione dei resoconti. (Fonte: Corriere d’Italia)

Critiche strutturali di lungo periodo

Oltre alle novità recenti, molte critiche ai Comites sono ricorrenti da anni:

  • Partecipazione bassissima: già nel 2015 si registrò un’affluenza mondiale intorno al 6,5% (con picchi ancora più bassi in alcune circoscrizioni), sollevando dubbi su rappresentatività e legittimità. (Fonte: Formiche e Fatti Nostri)
  • Scarsa utilità percepita: esperti e osservatori hanno più volte definito i Comites organismi poco utili, con costi elevati (circa 25 milioni di euro per il quinquennio, insieme al CGIE) e scarso impatto concreto per gli italiani all’estero. (Fonte: Fatti Nostri)
  • Clientelismo e uso privato: alcune testimonianze interne descrivono i Comites come “club privati” gestiti da pochi, con pratiche di clientelismo e sperpero di denaro pubblico. (Fonte: La voce di New York)
  • Mancata funzione di controllo: viene criticata la tendenza dei Comites a non esercitare un ruolo critico e di stimolo verso i servizi consolari, venendo meno a uno dei loro compiti istituzionali. (Fonte: Fatti Nostri)