Yayoi Kusama

Ci ha lasciati Yayoi Kusama

Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026 a Tokyo, all’età di 97 anni; la notizia è stata resa pubblica solo oggi, il 27 agosto, dal museo e dalla fondazione che portano il suo nome. La sua scomparsa chiude la vita di una delle artiste più influenti del Novecento e del contemporaneo, nota per i pois, le zucche scultoree e le celebri Infinity Mirror Rooms, stanze di specchi che moltiplicano all’infinito luci e oggetti.

Una scoperta “indiretta”, attraverso Rachel Goswell degli Slowdive

Come capita a volte, il mio primo approccio consapevole a Kusama non è avvenuto davanti a un’opera, ma attraverso una voce: quella di Rachel Goswell, cantante degli Slowdive. In un’intervista, Goswell ha citato Kusama tra i suoi artisti preferiti, descrivendola come una figura capace di trasformare ossessioni personali in un linguaggio visivo universale. È stato quel nome, lanciato lì, quasi per caso, a spingermi a cercare di più: biografie, immagini, video delle installazioni. E a capire che dietro i pois c’era una storia di allucinazioni, disciplina ferrea e una ricerca ostinata sull’infinito e sull’io.

Il primo spazio al chiuso in pandemia: il Gropius Bau, maggio 2021

Nel maggio 2021, in piena pandemia, il primissimo luogo al chiuso che ho visitato è stato il Gropius Bau di Berlino per «Yayoi Kusama. Eine Retrospektive», la sua unica retrospettiva completa in Germania. Entrare in quella mostra, dopo mesi di restrizioni e schermi, è stato un’esperienza indimenticabile: le sale alternavano dipinti densi di reti e puntini, sculture di zucche monumentali e, soprattutto, le Infinity Mirror Rooms, dove il visitatore si trova sospeso in uno spazio che sembra non avere fine.

Ricordo in particolare la sensazione di smarrimento e di pace insieme: camminare in una stanza di specchi con piccole luci che si riflettono all’infinito ha reso molto concreto ciò che Kusama ripeteva da decenni, cioè che l’arte può essere un modo per “dissolversi” nell’universo e, paradossalmente, ritrovarsi. Uscire dal Gropius Bau, dopo mesi di chiusure, è stato come riappropriarsi non solo di uno spazio culturale, ma di una dimensione emotiva che la pandemia aveva compresso.

Chi era Yayoi Kusama

Nata nel 1929 in Giappone, Kusama si è formata in un contesto conservatore, per poi trasferirsi a New York negli anni Sessanta, dove ha partecipato attivamente alla scena delle performance, dell’happening e della Pop Art. Rientrata in Giappone alla fine degli anni Settanta, ha scelto di vivere per lungo tempo in una clinica psichiatrica di Tokyo, il Seiwa Hospital, continuando però a lavorare senza sosta fino agli ultimi giorni.

Il suo linguaggio è riconoscibile a colpo d’occhio:

  • Pois e pattern ripetuti, derivati dalle sue allucinazioni infantili, trasformate in un sistema visivo coerente
  • Zucche scultoree, diventate un suo vero e proprio “autoritratto” simbolico.
  • Infinity Mirror Rooms, installazioni immersive che giocano con specchi, luci e acqua per creare spazi infiniti.

Nonostante il successo planetario dagli anni Novanta in poi, il suo rapporto con il Giappone è stato complesso: celebrata all’estero prima che in patria, Kusama è diventata negli ultimi decenni un’icona globale, collaborando anche con brand come Louis Vuitton e portando le sue opere nei musei di tutto il mondo.

Un’eredità che resta

Il comunicato del suo museo sottolinea che Kusama “ha continuato a dipingere fino agli ultimi giorni”, mantenendo ferma la convinzione che “l’amore possa salvare il mondo”. La sua morte, avvenuta il 14 agosto e annunciata solo oggi, ha generato tributi in tutto il mondo, dalla stampa internazionale ai social network, dove milioni di persone hanno condiviso foto nelle sue installazioni.

Per me, Kusama resterà legata a due momenti precisi: la scoperta “indiretta” tramite Rachel Goswell degli Slowdive (una tra le mie band preferite), e quella visita al Gropius Bau nel maggio 2021, quando la sua mostra è stata la prima occasione per tornare a vivere uno spazio culturale al chiuso dopo mesi di isolamento. In quel percorso tra pois, specchi e luci, c’era non solo la sua idea di infinito, ma anche un modo per rimettere in moto, dopo la pandemia, il desiderio di uscire, vedere, sentire.


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