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Occupazione femminile ai massimi storici, ma resta alta la quota di lavoro part-time

In Germania, l’occupazione femminile ha raggiunto nel 2025 un nuovo record. Secondo i dati della Bundesagentur für Arbeit, al 30 giugno 2025 risultavano 16,2 milioni di donne con un impiego soggetto a contribuzione previdenziale, circa 50.000 in più rispetto all’anno precedente. Le donne rappresentano ormai il 46,5% del totale dei lavoratori assicurati, un segno evidente della loro crescente presenza nel mercato del lavoro tedesco.

Tuttavia, questo aumento è dovuto interamente al lavoro part-time. Rispetto al 2024, le occupazioni part-time femminili sono cresciute di circa 110.000 unità, mentre quelle a tempo pieno sono diminuite di 60.000. Di conseguenza, la quota di donne che lavorano part-time ha raggiunto il 50,8%, un valore ancora molto elevato. Anche tra gli uomini la tendenza è in crescita, ma su livelli nettamente inferiori: nel 2025 solo il 14% lavora in part-time.

Daniel Terzenbach, membro del consiglio della Bundesagentur für Arbeit, sottolinea come “l’aumento dell’occupazione nell’ultimo anno sia dovuto in gran parte alle donne, oltre che all’immigrazione”. Allo stesso tempo, però, evidenzia l’urgenza di migliorare le condizioni generali, con interventi che favoriscano una partecipazione più equilibrata: “Servono una rete affidabile di servizi per l’infanzia, modelli di orario flessibili, una ripartizione più equa tra lavoro e famiglia, e migliori opportunità di carriera, affinché le donne possano aumentare il proprio tempo di lavoro in modo autonomo e paritario”.

Il quadro mostra dunque una duplice realtà: le donne sono oggi una forza trainante dell’occupazione tedesca, ma restano più spesso confinate in lavori a ridotto numero di ore, con conseguenze a lungo termine su retribuzioni, pensioni e possibilità di avanzamento professionale.

Amministrazione della giustizia e separazione delle carriere in Germania in prospettiva del referendum italiano

Nel dibattito italiano sulla giustizia, soprattutto in vista del referendum di marzo, la Germania viene spesso evocata come esempio di “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Ma ciò che accade oltre il Brennero è più complesso e, per certi versi, sorprendente: le funzioni di giudici e PM sono sì distinte, ma non esiste nulla di paragonabile al nostro Consiglio Superiore della Magistratura, né un sistema di autogoverno unitario della magistratura. Il cuore del modello tedesco non è la separazione tra due “corpi” professionali, bensì la diversa posizione costituzionale dei due ruoli: giudici pienamente indipendenti, pubblici ministeri inseriti gerarchicamente nell’esecutivo e soggetti alle istruzioni del Ministro della giustizia del Land.

Comprendere come funziona davvero questo assetto aiuta a leggere con più lucidità il confronto italiano. In Germania, infatti, il governo della giustizia è fortemente decentrato e affidato ai Ministeri dei Länder, che hanno un ruolo decisivo nelle nomine, nelle carriere e nella disciplina. I tribunali dispongono di forme di autogoverno interno, ma non esiste un organo centrale che garantisca l’indipendenza della magistratura nel suo complesso come il CSM in Italia. È un sistema che combina indipendenza del giudice, controllo politico sulla pubblica accusa e una serie di contrappesi interni, e che da anni è oggetto di discussione anche in Germania stessa.

La seguente panoramica serve a chiarire un punto essenziale: quando si parla di modelli stranieri, è utile guardare ai dettagli, non agli slogan.

Separazione tra giudici e pubblici ministeri

  • Giudici (Richter) e pubblici ministeri (Staatsanwälte) appartengono a due ruoli giuridici diversi e svolgono funzioni separate; il PM è parte nel processo e non può esercitare funzioni giurisdizionali, che spettano solo al giudice.​
  • Dopo il percorso di studi e i due esami di Stato, i giuristi possono entrare in carriera come giudici o come pubblici ministeri, ma l’ordinamento consente in linea di principio passaggi da una funzione all’altra nel corso della carriera (mobilità interna), il che fa sì che il “corpo” dei giuristi giudicanti e requirenti resti vicino sul piano culturale e di status.
  • I giudici sono indipendenti per Costituzione nell’esercizio della funzione (art. 97 GG: indipendenza e soggezione solo alla legge), mentre i pubblici ministeri sono organizzati gerarchicamente e sottoposti anche a istruzioni del superiore e, in ultima istanza, del Ministro della giustizia del Land competente (sezioni 146–147 GVG).

Un esempio: il Ministro di giustizia di un Land può impartire direttive generali o anche singole istruzioni alla procura, mentre non può dare ordini al giudice su come decidere una causa.

Posizione del pubblico ministero (dipendenza dall’esecutivo)

  • Le procure sono strutturate gerarchicamente: procuratore presso il tribunale, procuratore generale presso la corte d’appello del Land, fino al Ministero della giustizia del Land; a livello federale esiste solo il procuratore generale federale presso la Corte federale di giustizia (Generalbundesanwalt).
  • I pubblici ministeri sono considerati parte del potere esecutivo (non del potere giudiziario in senso stretto) proprio perché sottoposti al potere di istruzione del Ministro; questa dipendenza è stata ritenuta sufficiente dalla Corte di giustizia UE per negare alle procure tedesche la qualifica di “autorità giudiziaria” ai fini del mandato di arresto europeo.

Organi che “controllano” e governano giudici e PM

In Germania non esiste un Consiglio superiore della magistratura sul modello italiano; il governo della giustizia è frammentato tra livelli federale e dei Länder e tra esecutivo e forme di autogoverno interno.

Ministeri della giustizia

  • L’amministrazione della giustizia ordinaria è competenza principalmente dei Länder; a livello federale il Bundesministerium der Justiz amministra le corti federali, mentre i Ministeri della giustizia dei Länder amministrano i tribunali e le procure dei rispettivi territori.
  • I Ministeri hanno un ruolo decisivo in materia di nomine, promozioni, trasferimenti e disciplina di giudici e PM, spesso con la collaborazione di commissioni di selezione dove siedono rappresentanti dei parlamenti regionali e della magistratura; in molti Länder, però, la decisione finale resta al Ministro.

Autogoverno interno dei tribunali

  • Presso i tribunali operano organi collegiali interni (come i consigli presidenziali) composti da giudici eletti dai pari, responsabili ad esempio della distribuzione dei fascicoli e del piano annuale di assegnazione delle cause, che non può essere modificato arbitrariamente dalla direzione o dal Ministero.​
  • Esistono inoltre tribunali disciplinari o sezioni competenti a decidere su controversie relative a misure amministrative che possano minacciare l’indipendenza del giudice; in ultima istanza, sono sempre i giudici a valutare se l’amministrazione ha violato l’indipendenza giudiziaria.​

Assenza di un CSM e dibattito sulle riforme

  • La dottrina e le associazioni di magistrati sottolineano da anni che la mancanza di un autogoverno forte (tipo CSM) e la forte influenza dei Ministeri nelle nomine e carriere può rappresentare una criticità per l’indipendenza, soprattutto della pubblica accusa.
  • Alcune proposte chiedono la creazione di organi di autogoverno (consigli della magistratura) con competenze su nomine, promozioni e disciplina, riducendo il ruolo diretto dei Ministeri; si tratta però di proposte di riforma, non ancora generalizzate.

In sintesi rispetto al modello italiano

  • In Italia il dibattito riguarda la separazione netta delle carriere e la diversa composizione del CSM; in Germania le funzioni sono già distinte, ma la vera linea di frattura passa tra giudici (indipendenti) e PM (gerarchicamente subordinati all’esecutivo), non tra “corpi” con governi autonomi separati.
  • In Germania non c’è un CSM che garantisca autogoverno unitario: il “controllo” su giudici e PM è esercitato in larga parte dai Ministeri della giustizia dei Länder e dal Ministero federale, con alcuni contrappesi dati da organi interni dei tribunali e dai giudici stessi.

Milano, la nuova casa dei milionari: il richiamo del lusso e dei vantaggi fiscali

New York è ormai superata? Sempre più milionari scelgono Milano come nuova residenza, lasciandosi alle spalle capitali storiche come Londra o New York. Il fenomeno, emerso con forza nel 2025, è confermato dal rapporto della società londinese Henley & Partners: nel capoluogo lombardo c’è un milionario ogni dodici abitanti – una densità più alta che a Manhattan o nella City.

Tra i nuovi arrivati figurano nomi noti come Boris Becker, l’imprenditore egiziano Nassef Sawiris e il banchiere Richard Gnodde di Goldman Sachs. In tutto, circa 3.600 milionari hanno trasferito la loro residenza in Italia nel 2025, portando con sé oltre 20 miliardi di euro in capitali liquidi.

La “Regola CR7” e i vantaggi fiscali

Uno dei motivi principali del boom è il regime fiscale agevolato introdotto nel 2017 e soprannominato “regola CR7”, in riferimento a Cristiano Ronaldo. Chi sposta la propria residenza in Italia può pagare una tassa forfettaria di 200.000 euro all’anno su tutti i redditi prodotti all’estero, per un periodo massimo di quindici anni. A ciò si aggiungono una bassa tassazione sulle eredità e una vita di alto livello a costi inferiori rispetto ad altre metropoli globali.

Lusso, cultura e nuove disuguaglianze

Milano offre il mix perfetto di business, moda e cultura. Nei quartieri di BreraCityLife o nel Quadrilatero della Moda, si moltiplicano gli attici e i palazzi storici trasformati in residenze di prestigio. La presenza della Scala, dei grandi musei e di eventi come la Settimana della Moda o il Salone del Mobile rafforza il suo status di capitale del lusso europeo.

Tuttavia, questo successo ha un prezzo: gli affitti sono alle stelle e molti milanesi sono costretti a trasferirsi nell’hinterland. La città dei super-ricchi rischia così di diventare sempre più elitaria, con un divario crescente tra quartieri di lusso e periferie popolari.

Sesso e consenso: riflessioni dal mondo queer

L’Italia si accinge ad approvare una legge sul consenso sessuale, sancendo un principio in fondo molto semplice: senza un sì esplicito, non c’è consenso. Una norma che nasce sull’onda del dibattito globale #MeToo, ma che porta con sé un interrogativo più profondo: come si traduce il consenso in contesti dove la comunicazione è tacita, fisica, intuitiva – come nel mondo del cruising gay?

Un recente articolo di Jeff Mannes, pubblicato sulla rivista berlinese Siegessäule affronta esattamente questo nodo. Racconta di una serata in un cruising bar di Berlino, tra corpi, sguardi e gesti – il linguaggio proprio del cruising. Finché qualcosa interrompe improvvisamente l’equilibrio del tacito accordo: un atto inatteso, mai discusso a parole, che trasforma l’eccitazione in disagio. Non un’aggressione, ma una zona grigia del desiderio, dove il consenso diventa terreno scivoloso e instabile.


“La cultura del cruising è un modello diverso. Vive di codici, di allusioni, di rischi. Della possibilità che qualcosa accada senza che venga detto apertamente. Questo è il suo punto di forza, ma anche la sua debolezza.”
Jeff Mannes

Mannes lo dice chiaramente: “Konsens ist kein Zustand, Konsens ist ein Prozess.” Ovvero, il consenso non è uno stato — nel senso di condizione —, un evento concluso che si firma e si archivia, ma qualcosa che si costruisce e si rinnova nel tempo . Questa distinzione tra Zustand e Prozess, tra stato e processo, è cruciale.
Pensare il consenso solo come Zustand — un sì dato una volta per tutte — corrisponde a una visione statica, giuridica, e in fondo rassicurante: si spunta una casella, si dichiara un assenso, si è protetti. Ma nella realtà del desiderio, come nella vita, il consenso è invece un Prozess: fluttuante, reattivo, intrecciato ai segnali del corpo e alle emozioni che cambiano. Il consenso può nascere, esitare, dissolversi, rinascere.

Linguaggi del desiderio e limiti del “solo sì è sì”

Ecco la sfumatura mancante nel dibattito tra opposte posizioni sul nuovo disegno di legge italiano. È certo una legge necessaria perché protegge chi finora non è stato creduto. Ma introduce anche una sfida: come conciliamo una visione giuridica del consenso con la complessità dell’intimità reale, fatta di emozioni, titubanze, giochi di potere e codici non verbali?
Perché nelle pratiche dove il linguaggio del corpo sostituisce la parola, come nel cruising , il consenso non è dichiarato una volta per tutte, ma continuamente negoziato attraverso lo sguardo, i gesti, le reazioni o, insomma, una comunicazione non verbale. Non perché le parole siano inutili — anzi, la comunicazione resta cruciale — ma perché esistono situazioni in cui il corpo parla prima della bocca. Dove desiderio, rischio e ambiguità coesistono in un fragile equilibrio di fiducia reciproca tenendo ben presente che la libertà erotica non è l’assenza di limiti, ma la loro capacità di mutare senza essere infranti.

Dal corpo alla legge: verso una nuova consapevolezza

Forse è proprio qui che il dibattito sul nuovo progetto di legge italiano può arricchirsi di alcune riflessioni: il consenso non è solo una questione legale e la distinzione tra Zustand e Prozess ci invita a pensare a una alfabetizzazione del consenso capace di includere non solo il diritto, ma anche la psicologia, l’empatia e l’ascolto dei segnali corporei, il rispetto anche dell’indecisione o del ripensamento.

In questo senso, il progetto di legge sul consenso sessuale potrebbe diventare anche un progetto di educazione sentimentale, dove imparare a leggere i segnali propri e altrui è parte integrante della libertà sessuale. Come scrive Mannes, non sempre chi sbaglia lo fa per cattiveria — a volte è la curiosità a superare la percezione del limite. Eppure, il limite esiste e imparare a percepirlo è parte della libertà sessuale.

Una nuova cultura del consenso

Il disegno di legge italiano è il punto di partenza, non di arrivo. Serve a fissare i limiti minimi, ma le relazioni umane richiedono qualcosa di più: sensibilità, attenzione, capacità di “stare nel processo”. Il vero consenso non è una firma, ma un dialogo continuo, appunto un Prozess. E come ogni processo, richiede ascolto, autoconsapevolezza, responsabilità e disponibilità a fermarsi.

Perché, come ricorda Mannes con ironia berlinese, certe notti insegnano più di molte leggi: meglio fermarsi in tempo, prima di ritrovarsi a camminare per venti minuti per le strade di Berlino, facendosi lugubraggini mentali sul vero significato del consenso.

Tedeschi troppo spesso in malattia? Dati reali, confronto OCSE e polemica sull’inabilità al lavoro

In Germania si discute se i lavoratori si ammalino “troppo”, dopo che il cancelliere Friedrich Merz (CDU) ha criticato i circa 14–15 giorni di assenza media l’anno per malattia per persona. I dati mostrano però un quadro più complesso: le giornate di malattia sono aumentate anche perché oggi vengono registrate in modo più completo.

Quanti giorni di malattia hanno i lavoratori

Secondo la cassa malattia DAK, nel 2024 i lavoratori sono stati in media 19,5 giorni all’anno in malattia, con cause come infezioni respiratorie, disturbi psichici e problemi muscolo-scheletrici come il mal di schiena. Il Destatis calcola circa 14,8 giorni, ma considera solo le assenze dal terzo giorno in poi; entrambe le rilevazioni indicano comunque un livello relativamente stabile negli ultimi anni.

Confronto internazionale e ruolo della telefonica

I dati OCSE stimano per la Germania 24,9 giorni di malattia pagata nel 2022, il valore più alto tra i Paesi analizzati, ma i confronti sono difficili perché ogni Stato registra e remunera la malattia in modo diverso. In Germania lo stipendio è pieno fin dal primo giorno per sei settimane, mentre in Paesi come la Svezia il primo giorno non è pagato, il che influenza le statistiche e il comportamento dei lavoratori.

Possibilità di mettersi in malattia telefonicamente: dibattito politico

Oggi ci si può far mettere in malattia anche telefonicamente per disturbi lievi, ma solo se si è già pazienti dello studio medico e di norma per un massimo di cinque giorni (o sette con video consulto). Dopo le critiche di Merz, la ministra della Salute Nina Warken (CDU) vuole rivedere le regole per evitare abusi e limitare le attestazioni rilasciate da piattaforme online, mentre i Verdi difendono la telefonische Krankschreibung come strumento utile per alleggerire gli studi medici e ridurre i contagi in sala d’attesa