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Merz chiede un divieto d’ingresso UE per i combattenti russi

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, insieme ad altri sette capi di Stato e di governo europei, ha chiesto all’Unione Europea di valutare un possibile divieto d’ingresso per i soldati russi che hanno partecipato alla guerra contro l’Ucraina. In una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo António Costa, i leader avvertono che l’ingresso di questi individui nel territorio Schengen rappresenterebbe un serio rischio per la sicurezza interna.

La preoccupazione nasce dal fatto che tra i combattenti russi figurano oltre 180.000 criminali condannati, liberati dalle carceri russe per essere mandati al fronte. Secondo i firmatari della proposta, tali persone potrebbero commettere reati, unirsi a reti criminali o gruppi estremisti, o sostenere attività ostili della Federazione Russa in Europa.

Già alcune settimane fa, l’Estonia aveva lanciato una prima iniziativa in questa direzione. Un documento citato dall’agenzia di stampa tedesca DPA stima che, dal 2022, circa 1,5 milioni di cittadini russi abbiano preso parte alle operazioni militari in Ucraina e che circa 640.000 siano tuttora impegnati al fronte.

Berlino e la legge sulle manifestazioni: quando la valutazione si ritorce contro

A Berlino, una ricerca universitaria appena pubblicata ha scatenato un piccolo terremoto politico. Si tratta della valutazione del Versammlungsfreiheitsgesetz (VersFG), la legge che regola il diritto di manifestare nella capitale. Lo studio è stato commissionato nel 2024 dalla stessa amministrazione degli Interni e realizzato dalla Hochschule für Wirtschaft und Recht (HWR). Costo: 200.000 euro. Ma il risultato non è affatto piaciuto ai committenti.

Gli esperti della HWR sostengono infatti che la normativa berlinese, già una delle più liberali in Germania, dovrebbe essere resa ancora più permissiva. Tra le proposte più discusse: un dialogo “alla pari” tra polizia e manifestanti e l’abolizione della figura del Versammlungsleiter, cioè il responsabile ufficiale della manifestazione. Secondo i ricercatori, questa figura scoraggia chi ha poche risorse economiche, perché rischia multe in caso di violazioni — una forma di discriminazione sociale, dicono.

Dall’altra parte, l’amministrazione della senatrice SPD Iris Spranger è furiosa. Il suo segretario di Stato, Christian Hochgrebe, ha bollato la valutazione come “metodologicamente debole” e “poco realistica”. Secondo lui, lo studio generalizza troppo e non tiene conto di come la polizia gestisce davvero le tantissime manifestazioni che si tengono ogni anno a Berlino.

Uno dei nodi principali riguarda anche l’“ordine pubblico”. Il nuovo governo nero-rosso vuole reintrodurre questo concetto nella legge, così da poter vietare alcune proteste considerate pericolose o estremiste. I ricercatori della HWR non sono d’accordo e avvertono: così si rischia di limitare la libertà delle minoranze e di dare troppo potere alla “società dominante”.

Insomma, la valutazione che doveva chiarire le cose ha finito per complicarle. Mentre polizia e politici chiedono regole più rigide per tenere sotto controllo i “demoturisti” e prevenire abusi, gli accademici spingono per più libertà e meno burocrazia. Una cosa però è certa: a Berlino ne sentiremo ancora parlare, perché anche la legge sulla libertà di manifestare è diventata… un campo di battaglia.

A Berlino quasi un lavoratore su sei lavora per meno di 15 euro l’ora

A Berlino, quasi un lavoratore su sei guadagna meno di 15 euro l’ora. Il salario minimo è attualmente di 13,90 euro, ma chi percepisce meno di questa soglia rischia seriamente la povertà in età pensionabile.

Un minimo più basso delle promesse

Prima della decisione della Commissione sul salario minimo, nel 2025, le aspettative erano più ambiziose. Nel contratto di coalizione, CDU/CSU e SPD avevano indicato 15 euro l’ora nel 2026 come obiettivo “raggiungibile”. Alla fine, però, su proposta della coalizione la ministra del lavoro Bärbel Bas (SPD) ha fissato il nuovo minimo a 13,90 euro l’ora, in vigore dall’inizio del 2026, dopo i precedenti 12,82 euro. Dal 2027 è previsto una nuova soglia fissata a 14,60 euro.

Un problema strutturale in città

In una città come Berlino, con molte occupazioni a basso salario, questo livello è ancora molto lontano dalle esigenze reali. Il deputato berlinese al Bundestag Pascal Meiser (Die Linke) ha chiesto al governo federale un’analisi precisa degli effetti dell’aumento del salario minimo. I dati, resi noti in esclusiva dalla Berliner Morgenpost, mostrano che a Berlino 190.000 lavoratori hanno beneficiato del passaggio a 13,90 euro.

Su un totale di 1,83 milioni di rapporti di lavoro nella capitale, ben 317.000 persone – il 17,3% – guadagnano meno di 15 euro l’ora: in pratica, un occupato su sei. Solo chi raggiunge questa soglia può sperare in una pensione che sia sopra il livello della prestazione minima di sussistenza. A livello nazionale, la quota di lavoratori con un salario inferiore ai 15 euro si ferma intorno al 10%.

Critiche

“Chi tiene in piedi la città ogni giorno ha diritto a un salario decente”, conclude Meiser, eletto nel 2025 nel collegio di Friedrichshain‑Kreuzberg. “Queste cifre mostrano ancora una volta quanto sia urgente per Berlino un salario minimo di 15 euro l’ora”, commenta Meiser. Secondo il deputato della Linke, se il governo vuole davvero che il lavoro duro “renda”, deve affrontare la lobby delle associazioni datoriali che difende forme di dumping salariale e alzare il salario minimo a un livello dignitoso.

Un minimo arrivato tardi

Il salario minimo legale è stato introdotto in Germania solo nel 2015, dopo lunghi dibattiti con una soglia di 8,50 euro l’ora, molto più tardi rispetto a molti altri Paesi occidentali. Da allora è stato aumentato in otto tappe, fino ai 13,90 euro attuali, lungo un percorso che molti giudicano ancora del tutto insufficiente.

Occupazione femminile ai massimi storici, ma resta alta la quota di lavoro part-time

In Germania, l’occupazione femminile ha raggiunto nel 2025 un nuovo record. Secondo i dati della Bundesagentur für Arbeit, al 30 giugno 2025 risultavano 16,2 milioni di donne con un impiego soggetto a contribuzione previdenziale, circa 50.000 in più rispetto all’anno precedente. Le donne rappresentano ormai il 46,5% del totale dei lavoratori assicurati, un segno evidente della loro crescente presenza nel mercato del lavoro tedesco.

Tuttavia, questo aumento è dovuto interamente al lavoro part-time. Rispetto al 2024, le occupazioni part-time femminili sono cresciute di circa 110.000 unità, mentre quelle a tempo pieno sono diminuite di 60.000. Di conseguenza, la quota di donne che lavorano part-time ha raggiunto il 50,8%, un valore ancora molto elevato. Anche tra gli uomini la tendenza è in crescita, ma su livelli nettamente inferiori: nel 2025 solo il 14% lavora in part-time.

Daniel Terzenbach, membro del consiglio della Bundesagentur für Arbeit, sottolinea come “l’aumento dell’occupazione nell’ultimo anno sia dovuto in gran parte alle donne, oltre che all’immigrazione”. Allo stesso tempo, però, evidenzia l’urgenza di migliorare le condizioni generali, con interventi che favoriscano una partecipazione più equilibrata: “Servono una rete affidabile di servizi per l’infanzia, modelli di orario flessibili, una ripartizione più equa tra lavoro e famiglia, e migliori opportunità di carriera, affinché le donne possano aumentare il proprio tempo di lavoro in modo autonomo e paritario”.

Il quadro mostra dunque una duplice realtà: le donne sono oggi una forza trainante dell’occupazione tedesca, ma restano più spesso confinate in lavori a ridotto numero di ore, con conseguenze a lungo termine su retribuzioni, pensioni e possibilità di avanzamento professionale.

Amministrazione della giustizia e separazione delle carriere in Germania in prospettiva del referendum italiano

Nel dibattito italiano sulla giustizia, soprattutto in vista del referendum di marzo, la Germania viene spesso evocata come esempio di “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Ma ciò che accade oltre il Brennero è più complesso e, per certi versi, sorprendente: le funzioni di giudici e PM sono sì distinte, ma non esiste nulla di paragonabile al nostro Consiglio Superiore della Magistratura, né un sistema di autogoverno unitario della magistratura. Il cuore del modello tedesco non è la separazione tra due “corpi” professionali, bensì la diversa posizione costituzionale dei due ruoli: giudici pienamente indipendenti, pubblici ministeri inseriti gerarchicamente nell’esecutivo e soggetti alle istruzioni del Ministro della giustizia del Land.

Comprendere come funziona davvero questo assetto aiuta a leggere con più lucidità il confronto italiano. In Germania, infatti, il governo della giustizia è fortemente decentrato e affidato ai Ministeri dei Länder, che hanno un ruolo decisivo nelle nomine, nelle carriere e nella disciplina. I tribunali dispongono di forme di autogoverno interno, ma non esiste un organo centrale che garantisca l’indipendenza della magistratura nel suo complesso come il CSM in Italia. È un sistema che combina indipendenza del giudice, controllo politico sulla pubblica accusa e una serie di contrappesi interni, e che da anni è oggetto di discussione anche in Germania stessa.

La seguente panoramica serve a chiarire un punto essenziale: quando si parla di modelli stranieri, è utile guardare ai dettagli, non agli slogan.

Separazione tra giudici e pubblici ministeri

  • Giudici (Richter) e pubblici ministeri (Staatsanwälte) appartengono a due ruoli giuridici diversi e svolgono funzioni separate; il PM è parte nel processo e non può esercitare funzioni giurisdizionali, che spettano solo al giudice.​
  • Dopo il percorso di studi e i due esami di Stato, i giuristi possono entrare in carriera come giudici o come pubblici ministeri, ma l’ordinamento consente in linea di principio passaggi da una funzione all’altra nel corso della carriera (mobilità interna), il che fa sì che il “corpo” dei giuristi giudicanti e requirenti resti vicino sul piano culturale e di status.
  • I giudici sono indipendenti per Costituzione nell’esercizio della funzione (art. 97 GG: indipendenza e soggezione solo alla legge), mentre i pubblici ministeri sono organizzati gerarchicamente e sottoposti anche a istruzioni del superiore e, in ultima istanza, del Ministro della giustizia del Land competente (sezioni 146–147 GVG).

Un esempio: il Ministro di giustizia di un Land può impartire direttive generali o anche singole istruzioni alla procura, mentre non può dare ordini al giudice su come decidere una causa.

Posizione del pubblico ministero (dipendenza dall’esecutivo)

  • Le procure sono strutturate gerarchicamente: procuratore presso il tribunale, procuratore generale presso la corte d’appello del Land, fino al Ministero della giustizia del Land; a livello federale esiste solo il procuratore generale federale presso la Corte federale di giustizia (Generalbundesanwalt).
  • I pubblici ministeri sono considerati parte del potere esecutivo (non del potere giudiziario in senso stretto) proprio perché sottoposti al potere di istruzione del Ministro; questa dipendenza è stata ritenuta sufficiente dalla Corte di giustizia UE per negare alle procure tedesche la qualifica di “autorità giudiziaria” ai fini del mandato di arresto europeo.

Organi che “controllano” e governano giudici e PM

In Germania non esiste un Consiglio superiore della magistratura sul modello italiano; il governo della giustizia è frammentato tra livelli federale e dei Länder e tra esecutivo e forme di autogoverno interno.

Ministeri della giustizia

  • L’amministrazione della giustizia ordinaria è competenza principalmente dei Länder; a livello federale il Bundesministerium der Justiz amministra le corti federali, mentre i Ministeri della giustizia dei Länder amministrano i tribunali e le procure dei rispettivi territori.
  • I Ministeri hanno un ruolo decisivo in materia di nomine, promozioni, trasferimenti e disciplina di giudici e PM, spesso con la collaborazione di commissioni di selezione dove siedono rappresentanti dei parlamenti regionali e della magistratura; in molti Länder, però, la decisione finale resta al Ministro.

Autogoverno interno dei tribunali

  • Presso i tribunali operano organi collegiali interni (come i consigli presidenziali) composti da giudici eletti dai pari, responsabili ad esempio della distribuzione dei fascicoli e del piano annuale di assegnazione delle cause, che non può essere modificato arbitrariamente dalla direzione o dal Ministero.​
  • Esistono inoltre tribunali disciplinari o sezioni competenti a decidere su controversie relative a misure amministrative che possano minacciare l’indipendenza del giudice; in ultima istanza, sono sempre i giudici a valutare se l’amministrazione ha violato l’indipendenza giudiziaria.​

Assenza di un CSM e dibattito sulle riforme

  • La dottrina e le associazioni di magistrati sottolineano da anni che la mancanza di un autogoverno forte (tipo CSM) e la forte influenza dei Ministeri nelle nomine e carriere può rappresentare una criticità per l’indipendenza, soprattutto della pubblica accusa.
  • Alcune proposte chiedono la creazione di organi di autogoverno (consigli della magistratura) con competenze su nomine, promozioni e disciplina, riducendo il ruolo diretto dei Ministeri; si tratta però di proposte di riforma, non ancora generalizzate.

In sintesi rispetto al modello italiano

  • In Italia il dibattito riguarda la separazione netta delle carriere e la diversa composizione del CSM; in Germania le funzioni sono già distinte, ma la vera linea di frattura passa tra giudici (indipendenti) e PM (gerarchicamente subordinati all’esecutivo), non tra “corpi” con governi autonomi separati.
  • In Germania non c’è un CSM che garantisca autogoverno unitario: il “controllo” su giudici e PM è esercitato in larga parte dai Ministeri della giustizia dei Länder e dal Ministero federale, con alcuni contrappesi dati da organi interni dei tribunali e dai giudici stessi.