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“Come stai, Italia?” – Un paese pieno di contraddizioni

Nel podcast Aus Politik und Zeitgeschichte, il giornalista Sebastian Heinrich traccia un bilancio impietoso e appassionato dell’Italia di Meloni: un paese che vive al di sotto delle sue possibilità, ma che non smette di stupire.


Nell’episodio 30 del podcast Aus Politik und Zeitgeschichte (APuZ) della Bundeszentrale für politische Bildung, trasmesso il 6 novembre 2024, la giornalista Sarah Zerback intervista Sebastian Heinrich – corrispondente dell’agenzia AFP, autore del libro e podcast Kurz gesagt Italien – sulla situazione attuale dell’Italia a due anni dall’insediamento del governo Meloni. Il titolo scelto per la puntata è eloquente: Come stai, Italia?

Heinrich si presenta come osservatore critico ma affettuoso del paese: convinto che l’Italia viva cronicamente al di sotto del suo potenziale, eppure affascinato dalla sua straordinaria resilienza. Un punto di vista che emerge con chiarezza nel corso di una conversazione lunga, densa e per nulla scontata.

Meloni: europeista per convinzione o per opportunismo?

Heinrich riconosce che, sul piano della politica estera, il governo Meloni si è dimostrato sorprendentemente allineato al mainstream europeo. La posizione sull’Ucraina, il rapporto costruttivo con Bruxelles, il sostegno esplicito di Ursula von der Leyen: tutto questo contrasta con i timori iniziali e, soprattutto, con l’esecutivo Lega-Cinque Stelle del 2018-2019, che Heinrich definisce molto più antieuropeista e populista nel tono e nei comportamenti.

Detto questo, il giornalista pone una domanda che, ammette, nessuno in Italia sa ancora rispondere: quanta parte di questo europeismo è autentica convinzione, e quanta è puro opportunismo? Meloni è cresciuta politicamente nella scena neofascista romana, una cultura con una tradizione lunga e violenta. Se si sia davvero trasformata in una democratica convinta e atlantista, o se stia semplicemente recitando una parte, resta una questione aperta. Heinrich suggerisce di giudicarla dai fatti – e finora, sul fronte europeo, i fatti parlano a suo favore.

Sul piano interno, invece, il quadro è più ambiguo.

Migrazione: la grande ipocrisia

Il tema migratorio è al centro del dibattito politico italiano da anni, ben prima di Meloni. E Heinrich non risparmia critiche a nessuno. La linea ufficiale di Roma è sempre stata la stessa: l’Europa ci lascia soli, siamo sopraffatti. Ma la realtà, spiega Heinrich, è un segreto di Pulcinella: l’Italia lascia passare i migranti verso nord – Austria, Germania, Francia – senza applicare davvero le norme europee. Una pratica consolidata, trasversale ai governi.

A ciò si aggiunge il capitolo libico: gli accordi stipulati con le milizie libiche – definite da Heinrich, senza mezzi termini, bande – per bloccare le partenze hanno prodotto violazioni dei diritti umani sistematiche, tollerate e in parte finanziate dall’Italia e da altri Stati UE. Questo, sottolinea, è stato fatto anche da governi di centrosinistra.

Il modello Albania – centri di accoglienza extraterritoriali gestiti dalle autorità italiane – è, secondo Heinrich, almeno una novità trasparente: avviene sotto responsabilità italiana, davanti agli occhi di tutti. Che funzioni è tutt’altra questione: i tribunali lo hanno bloccato. E Meloni ha risposto con il classico copione della destra italiana da trent’anni: la colpa è dei giudici, nemici della politica, tutti comunisti. Una retorica collaudata da Berlusconi, che ancora oggi funziona su una parte dell’elettorato.

Salari e povertà: il paradosso italiano

Uno dei dati più eloquenti che Heinrich cita nel podcast riguarda i salari: l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea in cui, negli ultimi trent’anni, le retribuzioni reali sono diminuite. Non ristagnate – diminuite. Un primato negativo che spiega molto della frustrazione diffusa nel paese.

Nonostante un tasso di occupazione record nel 2024 – con progressi anche per le donne – la povertà ha raggiunto nuovi massimi: un italiano su dieci vive in condizioni di povertà. Il lavoro c’è, ma non basta a garantire una vita dignitosa. Le cause sono strutturali: un tessuto produttivo basato su piccole e medie imprese con scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, un persistente divario Nord-Sud, e una produttività stagnante. L’abolizione del reddito di cittadinanza, osserva Heinrich, non sembra aver aggravato significativamente la situazione – ma non l’ha certo migliorata.

Il risultato è un esodo silenzioso: giovani talenti che lasciano il paese, attratti da stipendi e condizioni di lavoro incomparabilmente migliori nel resto d’Europa.

Il disincanto politico e l’astensionismo

L’Italia è sempre stata un paese con alta partecipazione elettorale. Non più. Alle elezioni europee del giugno 2024, per la prima volta in una consultazione nazionale, meno della metà degli italiani si è recata alle urne. Un crollo che Heinrich definisce drammatico.

La spiegazione che offre è semplice quanto amara: la politica italiana parla di sé stessa. I grandi temi strutturali – la siccità devastante in Sicilia e Sardegna, dove alcuni comuni hanno acqua solo per poche ore al giorno; la crisi salariale; il dissesto idrogeologico nell’Emilia-Romagna – restano sullo sfondo, mentre il dibattito pubblico si consuma in polemiche interne: chi ha litigato con chi, chi ha perso il posto al ministero, quali equilibri si sono rotti dentro Fratelli d’Italia.

I cittadini lo percepiscono. E si allontanano.

La riforma costituzionale: il “premierato”

Meloni ha definito la riforma che vuole introdurre la madre di tutte le riforme: l’elezione diretta del presidente del Consiglio, il cosiddetto premierato. Un’idea che in Italia circola dagli anni Novanta, da quando lo scandalo Tangentopoli fece implodere l’intero sistema partitico della Prima Repubblica.

Heinrich è scettico. Non la considera un pericolo per la democrazia – semplicemente perché ritiene che non funzionerà. E il paradosso, nota con una punta di ironia, è che è proprio il governo Meloni a dimostrare che il sistema attuale può produrre stabilità: l’esecutivo è sulla buona strada per diventare il primo governo della storia repubblicana a completare un’intera legislatura.

Ciò che servirebbe davvero, secondo Heinrich, è una riforma della legge elettorale: più trasparente, più comprensibile, capace di restituire ai cittadini la percezione reale di chi stanno eleggendo.

Cultura: offensiva, ma non silenziamento

Il governo ha adottato una politica culturale aggressiva, all’insegna della narrazione secondo cui la sinistra avrebbe dominato la scena culturale italiana per decenni. Artisti, intellettuali e figure critiche vengono progressivamente esclusi da istituzioni e progetti con finanziamento pubblico. L’assenza di Roberto Saviano dalla delegazione ufficiale alla Fiera del Libro di Francoforte – dove l’Italia era ospite d’onore – è diventata un simbolo di questa tendenza.

Eppure, chiarisce Heinrich, l’Italia resta una democrazia liberale con un pluralismo mediatico vivace. Anche nella RAI, dove molti vertici sono stati sostituiti, continuano a emergere inchieste scomode per il governo. Un confronto con l’Ungheria di Orbán, per ora, non regge.

“Ach, Italien” – ma non solo come sospiro

Il podcast si chiude con una nota inaspettatamente ottimista. Heinrich ricorda la resilienza italiana: nei momenti di crisi, il paese sa mobilitarsi con una forza sorprendente. Gli Angeli del Fango – i volontari che si organizzano spontaneamente dopo le alluvioni, come quelle recenti in Emilia-Romagna – ne sono un esempio vivo.

E poi c’è Napoli. Una città che il mondo intero considerava caotica e pericolosa, e che oggi è una delle metropoli più vitali e creative d’Europa: musica, serie televisive, cultura popolare. Per Heinrich, è la metafora perfetta di un paese che ha risorse enormi e che troppo spesso non riesce a valorizzarle.

“L’Italia vive sempre al di sotto delle sue possibilità”, conclude. Non perché le forze manchino – ma perché la politica, troppo spesso, non fa la sua parte.


Questo articolo è basato sull’episodio 30 del podcast Aus Politik und Zeitgeschichte (APuZ), pubblicato il 6 novembre 2024. L’episodio è disponibile su www.bpb.de/apuz-podcast. Condotto da Sarah Zerback, con il giornalista Sebastian Heinrich.